Le origini del ruolo e dell’Immigrazione delle collaboratrici domestiche ad Hong Kong

di Chiara Paiocchi (Sezione Cina)

A partire dal 1 luglio 1997 Hong Kong, ex colonia britannica, è diventata Regione Amministrativa Speciale della Repubblica Popolare cinese (Cavalieri, 2008). Avendo ereditato dal regime coloniale il modello liberale capitalista del laissez- faire, ovvero l’espansione del mercato con minor intervento dello stato (Wee, Sim, 2005), negli ultimi anni Hong Kong è riuscita ad avere molta libertà in termini commerciali, riuscendo non solo a raggiungere i più alti livelli di benessere (CREDIT SUISSE, 2019), ma anche quelli relativi alle disuguaglianze sia in termini economici, che in termini sociali (Constable, 2014).

La sua filosofia di mercato, che permette quantomeno ad alcuni di avere uno standard di vita molto elevato, ha creato un aumento della domanda di alcuni servizi. Questo fattore, insieme alla protezione che garantisce ai lavoratori, ha fatto sì che Hong Kong diventasse una delle mete più ambite nel mercato del lavoro.

Nella maggior parte delle società, la divisione dei compiti e dei lavori è relazionata alla divisione di genere; per questo motivo, l’introduzione della donna nel mercato del lavoro e la sua istruzione di qualità sempre maggiore, non ha significato la rimessa in discussione dei ruoli, ma ha invece creato un vuoto nell’equilibrio domestico. Una delle conseguenze, è stata l’aumentato della richiesta di un aiuto esterno al nucleo famigliare in grado di svolgere le mansioni prima affidate a mogli, madri e figlie (Hau-Nung Chan, 2005). Tale aiuto è rappresentato da figure quali Domestic Workers o Domestic Helpers, collaboratori e collaboratrici famigliari (o domestici), chiamati anche assistenti famigliari.

Oltre ad occuparsi di queste mansioni, contribuiscono indirettamente ad alzare maggiormente lo standard di vita: non dovendo preoccuparsi della cura della casa, degli anziani e dei bambini, più persone hanno la possibilità di entrare nel mercato del lavoro, di autorealizzarsi, di garantire alla famiglia un ulteriore salario e di assicurare ai propri figli attenzioni, nonostante entrambi i genitori lavorino. In questo modo infatti, oltre ad incrementare il benessere economico dei cittadini, si garantisce comunque l’educazione, quindi anche la cura, di diversi bambini i quali, una volta adulti, saranno adatti e formati per essere parte a loro volta del mercato del lavoro di Hong Kong.

Secondo alcune teorie, la domanda di collaboratrici e collaboratori famigliari si sarebbe dovuta ridimensionare con lo sviluppo della modernizzazione. Al contrario, tale domanda è aumentata nettamente a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, sollevando così una nuova teoria: la richiesta di questa componente esterna non è dovuta alla modernizzazione della società quanto invece al suo livello di disuguaglianza sociale (Hau-Nung Chan, 2005).

Ad Hong Kong nel 2016 sono stati contati più di 351,000 assistenti famigliari, circa il 9% della forza lavoro. Al momento, la maggioranza è costituita dalla componente femminile, per lo più provenienti dall’ Indonesia, Filippine, Tailandia e, in misura minore, India, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka (Constable, 2014).

La storia di numerosi assistenti domestici ad Hong Kong, inizia negli anni Settanta, quando diversi anglofoni trasferiti nell’isola assunsero un aiuto esterno in grado di svolgere i lavori di casa e curare bambini o anziani1. Poco tempo dopo,anche diversi residenti cinesi decisero di seguire il loro esempio, in particolar modo chi aveva figli (Constable, 2014): la presenza di una figura in casa che non parlasse cantonese ma solo inglese, portava ai bambini ad avere un apprendimento della lingua straniera molto più precoce rispetto agli altri (Hak Kan Tang, Chor Wing Yung, 2014).

In confronto ad altre destinazioni, ad Hong Kong vige una politica che protegge maggiormente certi diritti, come quello del salario minimo, e che le include nella legislazione sul lavoro, motivo per cui è diventata una delle principali mete per questo tipo di immigrazione (Hau-Nung Chan, 2005).

Essere delle buone lavoratrici ad Hong Kong, significa dedicarsi completamente alle proprie mansioni e alla famiglia dalla quale si è stata assunta; dall’altra parte, questa attitudine allontana numerose donne dalle aspettative della famiglia d’origine la quale, pur necessitando il loro contributo economico, tende a considerarle negativamente, ovvero come mogli o madri assenti che, lontane dal focolare domestico, non sono in grado di provvedere ai tradizionali incarichi famigliari (Constable, 2014).

Nonostante ad Hong Kong vi siano politiche d’accoglienza migliori rispetto a quelle di altri paesi ospitanti, la tutela legale non è tuttora in grado di proteggerle adeguatamente, tanto da lasciarle in situazioni di estrema vulnerabilità (Constable, 2014). Negli anni, studiosi e ricercatori si sono progressivamente interessati alla questione delle condizioni di vita delle collaboratrici domestiche immigrate ad Hong Kong, definendola spesso come una forma di schiavitù moderna.

Le antenate delle attuali collaboratrici domestiche di Hong Kong possono essere identificate nelle figure della mui-tsai e dell’amah. Con mui-tsai si fa riferimento a bambine nate in famiglie molto povere che venivano vendute per svolgere i lavori domestici nelle case delle famiglie più abbienti (Carroll, 2009). Mentre nella tradizione cinese i figli maschi avevano il compito di provvedere ai genitori anziani e di mandare avanti il lavoro, la discendenza e l’orgoglio della famiglia, le figlie femmine non erano altro che forza lavoro, un contributo al benessere famigliare. Di conseguenza, nel caso delle famiglie più povere, era possibile che fossero vendute e che diventassero così mui-tsai (Shi, 2019). Per via delle loro mansioni e dei legami che le vincolavano alla famiglia, diverse volte le mui-tsai sono state associate a delle schiave (Constable, 1996). Cresciute con la consapevolezza di essere legate al proprio padrone, erano considerate come dei beni vendibili, privati di tutela legale e di diritti (Shi, 2019).

Una volta raggiunta la maggiore età, per lo meno in via teorica, venivano poi date in sposa. Di fatto, alla fine capitava spesso che sposassero un altro servo della casa, in modo che potessero mantenere le proprie mansioni, o che venissero vendute ad un’altra famiglia. Come ulteriore alternativa, vi era la possibilità di diventare la concubina del padrone di casa (Constable, 1996). Seppur inizialmente fossero vendute per svolgere lavori domestici, spesso finivano quindi per diventare concubine o, in alcuni casi, per essere acquistate da gestori di bordelli (Shi, 2019).

Nonostante svolgessero mansioni simili, l’amah era al contrario considerata con un’accezione diversa e godeva di un rispetto maggiore dovuto alla sua piena posizione di lavoratrice nella società (Keat Gin, 1992). A seconda della ricchezza della famiglia, all’interno di una casa vi potevano essere diverse amah con mansioni differenti. Un esempio è quello della sohei, esaltata per la sua più totale devozione al focolare domestico e al voto di castità (Constable, 1996).

Intorno al 1960 ad Hong Kong si sviluppò molto il settore industriale, aumentando la domanda di forza lavoro e attraendo numerose donne che altrimenti avrebbero lavorato come amah (Constable, 1996). Per quanto riguarda il ruolo delle mui-tsai, già a partire dal 1879 fu condannato come forma di schiavitù (Shi, 2019), mentre a partire dagli anni Venti del Novecento, si portò avanti una campagna che definì la sua abolizione (Harriet, 2007). Hong Kong era considerata come la piccola rappresentazione della grandezza britannica, la pratica di vendere e acquistare giovani ragazze prive di tutele non era infatti considerata ammissibile rispetto alle nuove politiche contro la schiavitù adottate dal governo britannico (Shi, 2019). Man mano che nelle case scomparivano le tradizionali amah mui-tsai, si definì così la possibilità di sostituirle con un’alternativa straniera (Constable, 1996).

In realtà, tale cambiamento non fu dovuto solo all’eclissi di queste figure tradizionali, ma anche ai numerosi stranieri che, attratti dal rapido sviluppo del processo di globalizzazione e capitalizzazione dell’economia di Hong Kong, decisero di trasferirvisi, dando di conseguenza il vero incentivo all’immigrazione straniera di assistenti domestici in grado di comunicare in inglese (Wee, Sim, 2005). Alcuni locali, sostengono che la causa dei rapporti difficili che talvolta si instaurano tra il proprietario di casa e la persona assunta siano dovuti alle origini diverse. Di conseguenza, si è creata negli anni l’idealizzazione delle tradizionali amah mui-tsai (Constable, 1996).

I motivi principali della bassa considerazione che si attribuisce alle moderne collaboratrici domestiche sono riconducibili al loro carattere considerato “pericoloso” e alla loro “scarsa moralità”: abbandonare la propria famiglia e svincolarsi dal suo controllo, è considerato come la prova della loro morale discutibile e della loro ossessione per il denaro. La reputazione delle collaboratrici domestiche attuali, viene inoltre peggiorata dalla loro resistenza a farsi trattare come schiave (Constable, 1996) e dalle recenti manifestazioni per raggiungere diritti adeguati e maggior dignità al loro lavoro.

Note

  1. Nicole CONSTABLE, Born Out of Place: Migrant Mothers and the Politics of International Labor, Hong Kong University Press, Hong Kong, 2014, p. 71.

Bibliografia

  • CAVALIERI R. (2008), Diritto dell’ Asia Orientale, V enezia, Libreria Editrice Cafoscarina.
  • CARROLL J.M. (2009), A National Custom: Debating Female Servitude in Late Nineteenth-Century Hong Kong, Modern Asia Studies 43, Cambridge, Cambridge University Press.
  • CONSTABLE N. (2014), Born Out of Place: Migrant Mothers and the Politics of International Labor, Hong Kong University Press, Hong Kong.
  • CONSTABLE N. (1996), Jealousy, Chastity, and Abuse: Chinese Maids and Foreign Helpers in Hong Kong, Modern China, Vol. 22, No. 4, SagePublications.
  • CREDIT SUISSE (2019), Research Institute: Global wealth report 2019.
  • DICKMAN LEUNG D., YING TUNG TANG E. (2018), Correlates of lifesatisfaction among Southeast Asian foreign domestic workers in Hong Kong: An exploratory study, Asian and Pacific Migration Journal, Hong Kong, Scalabrini Migration Center.
  • HAK KAN TANG S., CHOR WING YUNG L. (2014), Maids or mentors? The effects of live-in foreign domestic workers on children’s educational achievement in Hong Kong, Routledge.
  • HARRIET S. (2007), A Human Rights Campaign? The Campaign to Abolish Child Slavery in Hong Kong 1919-1938, Journal of Human Rights, Routledge, Taylor and Francis Group.
  • HAU-NUNG CHAN A. (2005), Live-in Foreign Domestic Workers and their Impact on Hong Kong’ s Middle Class Families, Hong Kong, Journal of Family and Economic Issues, Vol. 26 (4), Springer Science + Business Media.
  • KEAT GIN O. (1992), Domestic Servants par Excellence: The Black and White Amahs of Malaya and Singapore with Special Reference to Penang, Journal of the Malaysian Branch of the Royal Asiatic Society, Vol. 65, No.2
  • LIM A. (2016), Transnational Organising and Feminist Politics of Difference and Solidarity: The Mobilisation of Domestic Workers in Hong Kong, Asian Studies Review, Volume 40, Routledge – Taylor and Francis Group.
  • WEE V., SIM A. (2005), “Hong Kong as a destination for migrant domestic workers”in Brenda S.A. Yeoh, Shirlena Huang, Noor Abdul Rahman, Asian women as transnational domestic workers, Londra e Singapore, Marshall Cavendish.

Sitografia

SHI J. (2019), Sex, Trade and Disease: The Moral Business of Mui Tsai and Prostitution in Colonial Hong Kong, Synergy: The Journal of Contemporary Asian Studies, Toronto, 2019,https://utsynergyjournal.org/2019/03/17/sex-trade-and-disease-the-moral- business-of-mui-tsai-and-prostitution-in-colonial-hong-kong/#_ftn3, Data di accesso: 7 giugno 2020.

Immagini

“Winter vacation 2007 in Hong Kong” by skyseeker is licensed under CC BY 2.0

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