La Guerra di Corea attraverso gli scatti si Max Desfor

di Antonella Gasdia

Introduzione

Il seguente elaborato tratterà la rappresentazione e testimonianza della Guerra di Corea (1950 – 1953) attraverso le fotografie di Max Desfor (1913 – 2018), un fotografo che lavorò per l’Associated Press dal 1933 al 1978 e che, nel 1950, si recò come reporter volontario proprio in Corea per documentare il conflitto. Il suo lavoro fu ineccepibile, tanto che uno dei suoi scatti gli valse addirittura il Premio Pulitzer per la fotografia nel 1951.

Figura 1: Max Desfor, 1939.

“I am not an academician, nor am I a historian, a philosopher, a scholar, a poet […] I was a professional news photographer who went where the news was. […] I did not shoot my pictures for any purpose other than to record and show what was actually happening, what I was witnessing.”1

Cfr.: P. West., J. M. Suh, D. Gregg: “Remembering the Forgotten War: The Korean War Through Literature and Art”; New York, An East Gate Book, M.E. Sharpe, (2001), p. 78

L’essenza di una guerra attraverso l’obiettivo: il potere della fotografia

“In the age of photography, the memory of particular events became more and more closely associated with their visual images.”2

Cfr.: P. Burke: “Eyewitnessing: The Uses of Images as Historical Evidence”, Reaktion Books LTD, 2001, p. 140

Le vicissitudini della Guerra di Corea sono state, dunque, immortalate da forti quanto strazianti scatti intrisi di verità di Max Desfor, il quale ha lasciato una vera e propria testimonianza dei momenti di un conflitto di cui, forse, non si parla abbastanza. L’eredità fotografica di Desfor, ampia e travolgente, ha contribuito a far aprire gli occhi su tale evento, dandone voce il più possibile.

Di seguito s’inizierà un percorso in cui si analizzeranno alcune tra le numerose fotografie da lui realizzate, che permetteranno di entrare nel vivo dello scontro, rivelandone dolori, drammi e perdite su cui i libri di storia tendono a tacere, districandosi tra le vicende di persone comuni e soldati.

L’immagine qui riportata immortala tre soldati, due dei quali stanno sorreggendo il terzo Marine apparentemente ferito, nell’area di Incheon, la città portuale di Seoul. Desfor testimonia l’accaduto sostenendo di aver incrociato la ventiquattresima Divisione americana e che la prima cosa che vide fu “the army fighting. […] I ran into engineers […] who [were] trying to slow down the rush of North Korean troops”3.

Figura 2: Aid to a wounded marine in the Inchŏn area. Max Desfor, AP

Sulla base di ciò si evince, dunque, che non si tratta di uno scenario organizzato, bensì di uno scatto vero, autentico, una testimonianza di quanto egli stesso ha incrociato sul suo cammino. D’altro canto, il suo scopo principale è sempre stato quello di parlare attraverso la sua macchina fotografica, il cui potere non è altro che quello di rivelare i fatti nella loro autenticità o, come egli stesso ha detto, “as objectively as possible from my vantage point”4, il che riassumerebbe il messaggio che questa scena comunica, che sottolinea il suo ruolo di osservatore di una realtà da riportare senza maschere o dissimulazioni. Queste considerazioni vanno di pari passo con l’impatto che immagini di tale portata hanno avuto nel tempo: far notare come non ci si limitasse a riportare gli eventi in sé e per sé, bensì rimarcare la volontà di percorrere strade, talvolta anche rischiose, pur di “search for insights”5, uno scopo che deriva dal credo alla base del lavoro di un inviato, ossia l’abilità di osservare con i propri occhi. L’insegnamento che si cela dietro uno scatto che immortala attimi di una guerra ha sempre a che fare con il diffondere le atrocità a cui essa porta, mostrando, quindi, che non è mai una scelta giusta. “The enemy was still able to inflict damage on the landing force”6, dice Desfor, le cui parole si incastrano alla spontaneità delle immagini, creando il connubio allusivo intriso di critica ed inclemenza indirizzata ai fautori di violenze.

Figura 3 Dead mother sprawled on side of road with two children crying. Max
Desfor, AP, 1950.

Se lo scatto appena visionato ha rivelato un lato della guerra, quello vissuto dai soldati, molti altri si focalizzano sul mostrare la vera parte lesa delle barbarie: i cittadini, le persone comuni, gli innocenti. Protagonisti di questa straziante fotografia sono dei bambini, avvolti da coperte ormai sporche di terriccio e polvere da sparo, posizionati sopra al corpo, probabilmente morto, della loro madre. A spiccare è senz’altro la differenza delle reazioni dei due piccoli: il più grande appare immobile, non mostra reazioni di alcun genere, visibilmente scosso dall’accaduto o colto nel bel mezzo della realizzazione di aver perso sua madre; il fratellino in lacrime, sconvolto ed ignaro della realtà che lo circonda, ovviamente inconsapevole data la sua età, un’età in cui nessun essere umano dovrebbe conoscere la paura, il terrore o la morte. Man mano che si osserva l’immagine, senz’altro realistica, autentica e schietta nella sua brutalità, altri elementi risaltano allo sguardo: la posizione della madre, che sembra essere stata colpita violentemente dalla caduta di una bomba o dall’impatto di uno sparo; gli indumenti attorno e addosso a loro, raccolti e portati via perché colti di sorpresa e costretti a fuggire sperando di potersi salvare. Immortalare soggetti come questi, sta ad indicare l’intenzione di spostare l’attenzione sull’abominio che la guerra si porta dietro, annientando vite, spazzando via case e famiglie, lasciando un velo di oscurità ed incertezza sul futuro, spegnendo la speranza ed i sogni da occhi innocenti che vengono travolti dallo sgomento. I bambini di questa fotografia sono messaggeri silenziosi che raccontano una verità su cui non si pone abbastanza attenzione quando si parla di conflitti, una verità il cui impatto, indipendentemente da quanto tempo passi, si abbatte con forza su chi pone lo sguardo, il quale percepisce che non esiste distinzione quando si combatte e nessuno viene risparmiato fino a quando si continuerà a trovare nella disfatta disumana ed indistinta la risoluzione a tutto.

Figura 4 A pair of bound hands and a breathing hole in the snow at Yanji, Korea. Futility. Max Desfor, AP, 27/01/1951.

Proprio al fine di dar voce alle vittime del massacro, Desfor ha catturato un altro momento della guerra, tanto straziante quanto autentico: un paio di mani annerite e legate, che facevano capolino dalla neve che si era posata sul corpo morto di quello che, in seguito al suo rinvenimento, si è scoperto essere solo uno tra i tanti cadaveri annientati ed abbandonati nella città di Yangji. Se si osserva attentamente, si può scorgere anche una fessura, un probabile disperato tentativo del civile di respirare. La certezza che tale immagine non sia stata inscenata è confermata dalle parole dello stesso Desfor, il quale ha descritto con minuziosità sia il momento in cui il corpo è stato trovato («We stopped for a brief rest […] As I wandered in the field, […] I saw a pair of blackened, stiffened hands sticking up through the snow».7), sia la storia legata ai deceduti, («[T]he troops […] were very much on the run, and the people that they had taken up with them […] just couldn’t keep up with the troops, so the troops just shot them all and left them lying there» 8). Dalle sue parole si evince lo sgomento ma, soprattutto, viene accentuata la disumanità dei nordcoreani, la cui freddezza è incisa sui corpi senza vita di persone comuni, la cui unica colpa è stata quella di trovarsi dalla parte “sbagliata”, nel momento sbagliato. Anche a questa fotografia, dunque, è indissolubilmente legato il messaggio che Desfor ha tentato di diffondere: il rimarcare quanto una guerra si ritorca negativamente sempre sui più deboli e indifesi. Da qui la sua decisione di intitolare lo scatto “Futility”:

I labeled that picture, later on, ‘Futility,’ because it’s always been — I’ve always felt that it’s the civilians caught in the crossfire, the civilians, the innocent civilians — how futile it is for war. That epitomized it to me.”9

Qui, tuttavia, si potrebbe riscontrare un altro messaggio che celerebbe una propaganda anticomunista: in quanto fautori dell’eccidio, i comunisti vengono esposti in tutta la loro meschinità, cosa che, ai tempi, ha provocato un inevitabile impatto negativo nei confronti dei nordcoreani.

Tale brutalità si evince come non mai nella più acclamata e famosa fotografia di Max Desfor: quella che immortala i rifugiati coreani, i quali stavano tentando di fuggire dall’avanzata delle truppe cinesi che decisero di prendere parte alla guerra come alleati dei nordcoreani, scavalcando il ponte sul fiume Taedong, portando con sé ciò che rimase dei loro averi. Al di là, sull’altra sponda, si scorgono altri civili in attesa di potersi unire ai loro compatriotiattraverso il ponte visibilmente distrutto.

Figura 5 Residents from Pyŏngyang, and refugees from other areas crawl perilously over shattered girders of the city’s bridge. Max Desfor, AP, 04/12/50.

Desfor, nel narrare la storia che si celava dietro allo scatto, ovviamente non simulato ma autentico, sottolinea il freddo insopportabile e tagliente di quel giorno, che quasi congelò le sue mani a tal punto che gli fu difficile immortalare quel momento. Nulla se confrontato alla sofferenza di quei cittadini, la cui disperazione e determinazione a salvarsi li spinse ad aggrapparsi ai resti di quel ponte spezzato, combattendo anche il gelo che attanagliava le loro carni. Questo, dunque, l’intento della fotografia: mettere in risalto la fermezza e l’afflizione degli innocenti, mostrare dove il disprezzo nei confronti di un regime li abbia condotti, costringendoli ad abbandonare le proprie case e a sfidare intemperie ed ostacoli, appellandosi anche all’ultima speranza di salvezza. È senz’altro il messaggio che vi è inciso ad aver fatto sì che venisse scelta quest’immagine per il premio Pulitzer nel 1951:

“The Pulitzer jury in 1951 determined that Desfor’s photos from Korea the previous year had “all the qualities which make for distinguished news photography — imagination, disregard for personal safety, perception of human interest and the ability to make the camera tell the whole story.”10

Cfr.: https://www.latimes.com/local/obituaries/la-me-max-desfor-20180220-story.html

Per quanto riguarda l’impatto che ha avuto sul pubblico, esso lo si può riscontrare in duplice modo, a seconda che si tratti di coreani o di americani. Infatti, chi tra i coreani osserva l’immagine, viene senz’altro colto da emozioni forti nel percepire la sofferenza visibile di quanto accaduto ai loro compatrioti. Dal punto di vista prettamente americano, invece, ciò che la figura evoca e racconta è la crudeltà del comunismo ed il rimarcare quanto la guerra sia qualcosa da fermare o, almeno, da contenere.

Comunque si guardi o si interpreti lo straordinario lavoro di Desfor, non si può negare che la sua testimonianza abbia contribuito a dare ad un evento fin troppo messo da parte come la Guerra di Corea, l’attenzione che ha sempre meritato, cogliendo, con autenticità e rispetto, volti sconosciuti i cui sacrifici e sofferenze non si perderanno nell’ombra, ma vivranno grazie al potere di una macchina fotografica.

Note

  1. Cfr.: P. West., J. M. Suh, D. Gregg: “Remembering the Forgotten War: The Korean War Through Literature and Art”; New York, An East Gate Book, M.E. Sharpe, (2001), p. 78
  2. Cfr.: P. Burke: “Eyewitnessing: The Uses of Images as Historical Evidence”, Reaktion Books LTD, 2001, p. 140
  3. Cfr.: P. West., J. M. Suh, D. Gregg: “Remembering the Forgotten War: The Korean War Through Literature and Art”; New York, An East Gate Book, M.E. Sharpe, (2001), p. 78, ibidem
  4. Cfr.: P. West., J. M. Suh, D. Gregg: “Remembering the Forgotten War: The Korean War Through Literature and Art”; New York, An East Gate Book, M.E. Sharpe, (2001), p. 78, ibidem
  5. Cfr.: G. Dell’Orto “AP Foreign Correspondents in Action: World War II to the Present”, Cambridge University Press, 2016, p. 148
  6. Cfr.: P. West., J. M. Suh, D. Gregg: “Remembering the Forgotten War: The Korean War Through Literature and Art”; New York, An East Gate Book, M.E. Sharpe, (2001), p. 80, ibidem
  7. Cfr.: P. West., J. M. Suh, D. Gregg: “Remembering the Forgotten War: The Korean War Through Literature and Art”; New York, An East Gate Book, M.E. Sharpe, (2001), p. 84
  8. Cfr.: G. Dell’Orto “AP Foreign Correspondents in Action: World War II to the Present”, Cambridge University Press, 2016, p. 149
  9. Cfr.: https://www.nytimes.com/2018/02/21/obituaries/max-desfor-104-war-photographer-at-midcentury-is-dead.html
  10. Cfr.: https://www.latimes.com/local/obituaries/la-me-max-desfor-20180220-story.html

Bibliografia

  • P. Burke: “Eyewitnessing: The Uses of Images as Historical Evidence”, Reaktion Books LTD, 2001;
  • G. Dell’Orto “AP Foreign Correspondents in Action: World War II to the Present”, Cambridge University Press, 2016;
  • P. West., J. M. Suh, D. Gregg: “Remembering the Forgotten War: The Korean War Through Literature and Art”; New York, An East Gate Book, M.E. Sharpe, (2001).

Sitografia

Immagini

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