Il movimento anarchico cinese e il suo contributo per la Rivoluzione socialista

di Chiara Paiocchi

In seguito alla Ribellioni dei Boxer (1899 – 1901) e con il declino della dinastia Qing (1644 – 1912), in Cina diversi studenti decisero di andare a studiare all’estero, in particolar modo in Francia, Stati Uniti e Giappone. Grazie a questi soggiorni, giovani intellettuali ebbero la possibilità di confrontarsi con accademici provenienti da contesti e formazioni diverse. Questo periodo, coincise con la nascita del movimento anarchico cinese (The Enciclopaedya Britannica). Per molto tempo, il movimento cinese non ha destato l’interesse e l’attenzione della maggior parte di storici e sinologi, in quanto ritenuto marginale rispetto alle altre correnti di pensiero (Zarrow, 1990). Tuttavia, Arif Dirlik – uno dei massimi esponenti del tema (Morse, 2014) – ha più volte sottolineato e dimostrato quanto il movimento abbia determinato lo sviluppo della Rivoluzione socialista (Dirlik, Krebs, 1981).

Il movimento anarchico – responsabile dell’introduzione del pensiero marxista in Cina (Zarrow, 1990) – mirava ad una rivoluzione totale che ponesse fine alla società così com’era stata concepita e sviluppata, caratterizzata da costrizioni che limitavano l’essere umano e il suo istinto, da disuguaglianze e da gerarchie. Alla base di tale rivoluzione, vi era in maniera indiscutibile la necessità di eliminare ogni tipo di profitto e interesse privato, in modo tale da incitare la cooperazione e la coesione sociale, considerate entrambe come parti integranti dell’uomo (Dirlik, Krebs, 1981).

Secondo i sostenitori del movimento, l’essere umano, una volta lasciato libero di esprimere la propria potenzialità, avrebbe potuto esternare la propria morale innata, schiacciata dal carattere oppressivo della società e, in particolar modo, dalla proprietà privata, considerata come causa principale dell’egoismo e della competizione, oppositori della coesione e del mutuo soccorso, istinti naturali dell’uomo (Dirlik, Krebs, 1981).

Il movimento anarchico nacque dall’esigenza di libertà e di progresso in un contesto di disordini sociali, rivolte e malcontento politico (Zarrow, 1990). Tra i principali temi di rivendicazione, vi furono l’educazione, la riforma della lingua, il femminismo e l’abbandono del passato, in particolar modo dell’eredità confuciana (Zarrow, 1990). Tra il 1905 e il 1930, gli anarchici furono al centro del dibattito culturale e politico cinese (Morse, 2014).

Tokyo e Parigi furono in particolar modo gli epicentri dello sviluppo del movimento. Mentre a Parigi venne fondata la New Area Society – basata sugli studi e sulle filosofie di Kropotkinite e focalizzata su temi quali progresso e educazione – a Tokyo venne fondata la Society for the Discussion of Socialism, più incentrata sull’approccio di Tolstoy (Dirlik, Krebs, 1981).

Molto spesso, il movimento anarchico cinese è stato messo in comparazione con taoismo e buddismo, in quanto basati su principi simili. Uno dei motivi di tale tendenza, è indubbiamente il fatto che per tradurre e per spiegare testi e concetti sviluppati dal movimento anarchico, erano stati utilizzati termini della filosofia taoista (Zarrow, 1990).

Sebbene il taoismo prevedesse la presenza di un’autorità regolatrice, non considerava il suo intervento coercitivo (Zarrow, 1990). Alla base di tale teoria, vi era il principio del “non agire” (wuwei 无为), secondo il quale il governo non avrebbe dovuto intervenire nella vita del popolo. Attraverso il wuwei, vi sarebbe stata la fine di tirannie, massacri e usurpazioni; in altre parole, più la vita del popolo sarebbe stata semplice e frugale – e con l’assenza dei poteri autoritari dello Stato – e meglio avrebbe vissuto (Cheng, 2000).

Nonostante l’affinità con il pensiero del movimento anarchico, quest’ultimo non prendeva in considerazione l’esistenza stessa dello Stato e non concepiva la società come un’entità in conflitto con l’essere umano (Zarrow, 1990). Secondo il movimento anarchico, lo Stato rappresentava l’istituzionalizzazione del potere: eliminare le disuguaglianze perpetuando l’esistenza della struttura statale e governativa – ovvero la rappresentazione stessa dell’autorità e del potere coercitivo – sarebbe stato del tutto illusorio (Dirlik, Krebs, 1981). Al contrario, per arrivare alla totale liberazione dell’uomo, sarebbe stato necessario abolire ogni sorta di autorità (Zarrow, 1990).

Per quanto riguarda il buddhismo invece, la comparazione tra le due correnti di pensiero si deve al principio cosmopolita presente in entrambe. Proprio come nella filosofia budhdista, l’anarchismo prevedeva di coinvolgere l’uomo nella sua totalità, non escludendone nessuno. Inoltre, probabilmente derivato dal buddhismo, diversi membri del movimento anarchico decisero di abbandonare il consumo di carne per abbracciare il vegetarianismo (Dirlik, Krebs, 1981).

Come sottolinea Dirlik, nonostante le somiglianze e la possibile influenza della filosofia taoista e buddhista con il pensiero anarchico cinese, affermare che quest’ultimo sia un movimento derivato dalle filosofie sopra citate sarebbe un errore. Sebbene tutt’ora ci sia la tendenza a collegare ogni corrente e fenomeno riguardante la Cina con la tradizione (non solo taoista e buddhista, ma anche in particolar modo con il confucianesimo), spiegare questi fatti come la costante conseguenza diretta di tali correnti di pensiero, non è altro che la riduzione della Cina e del suo sviluppo storico ad un insieme di fenomeni statici che rimandano sempre al passato. Al contrario, Dirlik afferma come sia evidente che il movimento sia stato un’idea del tutto nuova nata dalle interazioni con accademici provenienti da tutto il mondo (Morse, 2014).

I massimi esponenti del pensiero anarchico cinese furono Liu Shipei, He Zhen e Zhang Ji. Nati da famiglie abbienti e con formazione confuciana, i tre giovani studenti decisero di andare a studiare Tokyo in seguito alle proteste contro la dinastia mancese. Mentre Zhang Ji raggiunse la capitale giapponese nel 1899, Liu Shipei e He Zhen vi arrivarono nel 1907. Nel giro di poco tempo, Liu Shipei – successivamente più conosciuto con il nome di Shifu – si contraddistinse come il leader del movimento anarchico cinese (Zarrow, 1990).

Liu Shifu (1884-1915)

Una volta tornato dal suo periodo di studio in Giappone, Liu Shipei continuò a portare avanti la battaglia anarchica. In primo luogo, il programma promosso da Liu Shipei prevedeva la formazione di sindacati che si occupassero dell’educazione, dell’aumento dei salari e della riduzione delle ore lavorative del popolo. Gli strumenti considerati per la Rivoluzione socialista, sarebbero stati la resistenza e i disordini. Mentre con resistenza si intendeva opporsi al servizio militare o al pagamento di tasse, con disordini si riferiva alla possibilità di usare la violenza e causare disordini civili per riuscire ad arrivare al proprio scopo, ovvero l’abolizione del governo e del sistema capitalista (Dirlik, Krebs, 1981).

Attraverso il superamento delle distinzioni sociali di classe e quelle relative all’uomo e alla donna, insieme all’abolizione della proprietà privata, delle istituzioni familiari (il matrimonio in primo luogo) e allo sviluppo di un sistema di educazione pubblica, Liu Shipei era convinto che sarebbe stato possibile realizzare una realtà priva di disuguaglianze (Dirlik, Krebs, 1981).

Dopo aver iniziato la sua propaganda politica a Guangzhou nel 1912, Shifu si spostò a Shanghai nel 1914, dove fondò la Società dei Compagni Anarco-comunisti (Wuzhengfu Gongchan Zhuyi Tongzhi Hui). Un anno dopo, morì di tubercolosi. Nonostante la sua morte, Liu Shipei rimase il punto di riferimento principale per il movimento anarchico cinese (Krebs, 1998).

L’attività politica e intellettuale degli anarchici fu particolarmente importante per il Movimento Studio – Lavoro del 1919, il quale mirava alla salvezza della nazione attraverso il progresso tecnologico e dei piani educativi (Levine, 1993). Tuttavia, in questo periodo il movimento anarchico dovette confrontarsi con una nuova sfida: l’ascesa del Partito Comunista, fondato ufficialmente pochi anni dopo nel 1921 (Samarani, 2004).

Per gli anarchici, fu un cambiamento senza precedenti. Fino ad ora infatti, il movimento anarchico era stato il principale motore del cambiamento radicale e della Rivoluzione socialista. L’arrivo di un’altra ideologia di sinistra che prevedeva non solo un’organizzazione politica gerarchica ma anche la presenza costante dello Stato nella vita individuale, causò l’immediata opposizione tra le due correnti. Nel 1922, il movimento anarchico e membri del Partito Comunista cercarono di portare avanti una sorta di collaborazione, che risultò tuttavia fallimentare. Al contrario, diversi esponenti iniziarono a simpatizzare con le iniziative del Partito Nazionalista, il quale sfruttò l’opportunità per riuscire ad ottenere una maggior consenso e potere sul territorio. Una volta ottenuto, nel 1927 il Partito Nazionalista decise di concludere l’attività con il movimento anarchico, determinando il suo declino e la fine del movimento (Dirlik, 1991).

Il movimento anarchico cinese, si sviluppò quindi durante un fervore intellettuale e politico che caratterizzò la Cina durante gli inizi del secolo scorso, e terminò quando dovette confrontarsi con il comunismo, caratterizzato dall’organizzazione che da sempre avevano rifiutato ma che proprio per questo riuscì a prevalere a discapito delle altre correnti ideologiche. Secondo il Partito Comunista, la Rivoluzione socialista sarebbe stata lo strumento fondamentale per la costituzione di un nuovo sistema politico, non la sua sostituzione come invece avevano sostenuto Liu Shipei e i suoi seguaci.

Sebbene il movimento anarchico non fu in grado di resistere al comunismo, fu un fenomeno intellettuale che pose le basi ad eventi successivi, contribuendo durante il Movimento Nuova Cultura (1910-1920) e ponendo le basi alle idee socialiste in Cina.

Bibliografia

  1. Dirlik A. (1991), Anarchism in the Chinese Revolution, Berkeley, University of
    California Press.
  2. Dirlik A., Krebs E. S. (1981), Socialism and Anarchism in Early Republican China, Modern China, Vol 7, No 2, Sage Publications.
  3. Cheng A. (2000), Storia del pensiero cinese, Torino, Piccola Biblioteca Einaudi.
  4. Krebs S. E. (1998), Shifu: Soul of Chinese Anarchism, Rowman & Littlefield.
  5. Levine M. (1993), The Found Generation: Chinese Communists in Europe During the Twenties, Washington, University of Washington Press.
  6. Samarani G. (2004), La Cina del Novecento: dalla fine dell’Impero a oggi, Torino, Piccola Biblioteca Einaudi.
  7. Zarrow P. (1990), Anarchism and Chinese Political Culture, Columbia University Press.

Sitografia

  1. Morse C. (2014), Dimensions of Chinese Anarchism: An Interview with Arif
    Dirlik, Chuck Morse [Consultato il 2 gennaio 2022]. Disponibile da: http://www.cwmorse.org/dimensions-of-chinese-anarchism-an-interview-with-arif-dirlik/
  2. The Enciclopaedya Britannica, Anarchism, Britannica, [Consultato il 3 gennaio 2022]. Disponibile da: https://www.britannica.com/topic/anarchism

Copertina by: “Chinese National Coat of Arms” by ulrichsson is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

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