La Regina Inhyŏn, storia di una regina magnanima

di Beatrice Sarracino

Tutti coloro che si sono approcciati alla letteratura coreana si sono sicuramente imbattuti nel romanzo “Mogli, mariti e concubine” (Riotto, 1998), in cui è presente la triste storia della regina Inhyŏn, e ne sono rimasti affascinanti. Ma perché triste storia?

La regina Min (1667-1701), conosciuta anche col nome postumo di Inhyŏn, fu la seconda Regina Consorte di re Sukchong (r. 1674-1720), il quale aveva perso la sua prima regina in giovane età. Siccome dalla prima regina consorte aveva avuto due figlie femmine, il re si risposò con la speranza di poter aver presto un erede al trono.
Scelse allora la regina Min, quattordicenne, donna istruita e molto intelligente, figlia devota che incarnava a tutti gli effetti i valori della morale confuciana. Proprio per la sua nobiltà d’animo, la sua intelligenza e la sua devozione, il re se ne innamorò profondamente. Passati gli anni, però, i figli non arrivavano, fino a quando una delle sue concubine, la concubina Chang, nel 1688, non mise al mondo un maschietto.

Bisogna ricordare che il fenomeno del concubinaggio non era cosa insolita nella Corea classica. Infatti, che un nobile, o addirittura il sovrano, avesse una o più concubine era cosa del tutto normale. Ciò serviva anche a scongiurare il rischio di una possibile infertilità della consorte, e dunque di rimanere senza eredi. In quel caso, si faceva affidamento proprio alle concubine, in quanto vi era una pratica molto comune: quando non si avevano figli dalla moglie, e si avevano quindi dalle concubine, il figlio era illegittimo. La moglie allora adottava come figlio proprio il figlio della concubina del marito, rendendolo il legittimo erede della sua famiglia e permettendone la continuazione. Un caso del genere lo ritroviamo anche nella letteratura coreana, nel romanzo di Hong Kil Tong, il “brigante confuciano”, figlio di una concubina, che non poteva chiamare “padre” suo padre e “fratello” suo fratello.

Quando allora nacque il figlio di re Sukchong e della concubina Chang, la regina Min decise di adottare il figlio di quest’ultima, per poterlo designare come erede al trono. Ella si affezionò tanto al bambino e lo amava come se fosse suo, ma dall’altra parte vi era una donna avara, gelosa, invidiosa della regina Min: la concubina Chang. Donna altezzosa e invidiosa, pensava di avere il diritto di stare al posto della regina Min, poiché era stata lei a dare al regno un erede. Per poter mettere in cattiva luce la regina e quindi prenderne il posto, iniziò a spargere false voci e maldicenze sul suo conto, una fra tante era che facesse del male fisico al principino. La regina mai si sarebbe permessa, buona com’era nei confronti di tutte le persone, di sfiorare l’erede al trono. Re Sukchong, tuttavia, cadde nel tranello della concubina e credette alle maldicenze, tanto che espulse dal castello la regina Min e la detronizzò. Questa, in silenzio, con la stessa devozione e nobiltà d’animo con cui anni prima era entrata nel palazzo, ritornò nella sua vecchia casa, seguita da alcune cameriere di corte, in cui visse in totale povertà, convinta di aver fatto veramente qualcosa di sbagliato e che meritasse quella punizione.

Nel frattempo, a seguito della detronizzazione della regina, le due fazioni politiche noron (uomini d’occidente) e soron (uomini del sud) entrarono in conflitto. I noron sostenevano la regina Min e affermavano che la sua detronizzazione fosse ingiusta; i soron sostenevano la concubina Chang. Molti noron furono torturati, uccisi o esiliati. È il caso di ricordare Pak T’aebo, esponente dei noron, che venne torturato ed esiliato per aver difeso la regina tramite un memoriale al trono (di cui lui si dichiarò responsabile, ma in realtà fu redatto da tutti i noron) e morì mentre raggiungeva il luogo dell’esilio.

Nel 1694 il sovrano iniziò a provare rimorsi per la strage che era avvenuta e per il male che aveva causato alla sua amata regina consorte, per tale motivo declassò nuovamente la concubina e richiamò a palazzo la regina. La concubina, adirata, iniziò a sfogare la sua rabbia, picchiando selvaggiamente il principino. Voleva a tutti i costi la sconfitta della regina, voleva che in un modo o nell’altro lasciasse quel posto che spettava a lei. Nel 1701 la regina Min morì per una malattia all’età di trentacinque anni. Si diceva in giro che la concubina Chang aveva assoldato una sciamana affinché facesse dei riti per far morire la regina e, come ci viene riportato nel romanzo, scoperta dal sovrano, la concubina Chang fu condannata a morte immediata tramite l’assunzione di veleno che le fece bere il re in persona.

Il figlio della concubina Chang divenne sovrano alla morte del padre, nel 1720, e viene ricordato alla storia come re Kyŏngjong di Chosŏn. Morì nel 1724, dopo solo quattro anni di regno, all’età di trentasei anni senza eredi. Si diceva che le percosse subìte dalla madre in giovane età lo avessero reso sterile. Gli successe il fratello, re Yŏngjo (r. 1724-1776).

La regina Min ancora oggi è amata e ricordata dal popolo coreano e non solo per aver mostrato intelligenza, benevolenza, saggezza e nobiltà d’animo. Il romanzo che narra la sua storia è di autore sconosciuto, gli studiosi suppongono che sia stato scritto da qualcuno di molto vicino alla regina e quasi contemporaneamente allo svolgimento dei fatti; scritto in hangŭl, si suppone che a scriverlo sia stata una dama di corte (seguendo la definizione di hangŭl dell’epoca di “scrittura delle donne” perché più semplice rispetto al cinese) o ancora un membro stesso dei noron. Nel romanzo vengono ben descritte le qualità della regina, del sovrano come un “sovrano incapace di governare e gestire le sue relazioni personali”, e della concubina Chang come una donna spietata e pronta a tutto per il potere.

Bibliografia

  1. Bruno, A., (2003). The image of women in the literature of the Choson period:
    passion and eroticism in the conflict between official and un-official discourse
    in Korea. In: Rivista degli studi orientali. Roma: Sapienza – Università di
    Roma, pp. 157-170.
  2. Kim, Y., (1976). Women of Korea: A History from Ancient Times to 1945. Seoul: Ewha Womans University Press.
  3. Riotto, M., Bruno, A., (2014). La letteratura coreana. Roma: L’asino d’oro edizioni.
  4. Riotto, M., (1998). Mogli, Mariti e Concubine: Affari di famiglia nella Corea classica. Palermo: Edizioni Novecento.
  5. Riotto, M., (2004). A Korean Drama of Passions: of The Inhyeon Wanghu-jon. In: Expressions of states of mind in Asia. Proceedings of the INALCO-UNO workshop held in Naples, 27th May 2000. Napoli: Università degli studi di Napoli “L’Orientale”, pp. 245-264.
  6. Riotto, M., (1991). Motivi e personaggi dello Inhyon Wanghu-jon, romanzo coreano del XVIII secolo. In: Annali: Rivista del Dipartimento di Studi Asiatici e del Dipartimento di Studi su Africa e Paesi Arabi, 51. Napoli: Università degli studi di Napoli “L’Orientale”, pp. 159-183.

Copertina by: https://lh3.googleusercontent.com/-8Lgk2I9QdTAeZpbTW6e6kaIttTVkohvtB2qOzEE6fXnFhRixF7O8OHil5Uwuflr9w=s1200

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