Uguaglianza di genere e politica: si può fare di meglio

di Ilaria Canali

Il 4 ottobre 2021 è stato eletto il nuovo primo ministro (PM) giapponese. Sarà Fumio Kishida da ora in poi a succedere alla breve parentesi di governo di Yoshihide Suga sia come capo del maggior partito Jiminto 自民党, o Partito Liberal-democratico (LDP), sia come capo della terza economia mondiale. Questo articolo, tuttavia, non si focalizzerà sulla figura del nuovo PM. Essendoci molte altre fonti più attendibili e dettagliate in grado di  offrire una panoramica della sua linea di governo, in questo elaborato si  focalizza  l’attenzione su un tema spesso tralasciato dai media giapponesi, ovvero la rappresentanza femminile nella politica del Sol Levante e più in generale sulla figura  della donna nella società nipponica.

La parità di genere non è qualcosa che si possa prontamente associare al Giappone e alla sua politica1.

Secondo stime del World Economic Forum (WEF) il Giappone  è posizionato al 120esimo posto su 156 nazioni per quanto riguarda la disparità di genere (gender gap) che figura come la ‘più profonda tra le economie avanzate’.  Le donne hanno avuto il diritto di voto dopo la fine della seconda guerra mondiale e quando, nel 1946, 13.8 milioni di loro esercitarono questo diritto per la prima volta, 39 donne vennero elette membri della Dieta (il principale organo di governo giapponese). Tale numero rappresentava solo l’8.4% dei seggi ma storicamente era un risultato significativo non solo per il genere femminile, ma per la nazione in generale. Tuttavia, 75 anni dopo la situazione non sembra migliorata di molto. 

Secondo l’Unione Interparlamentare (IPU), organizzazione globale di parlamenti nazionali, a settembre 2021 solo 9.9% dei membri della camera dei rappresentanti sono donne.

Questi numeri mostrano come la promessa dell’ex primo ministro Shinzo Abe di aumentare il numero delle donne ricoprenti posizioni manageriali (fino al 30% in alcune aree d’impiego) entro il 2020, non sia stata mantenuta e il suo piano definito ‘womenomics’2 sia da considerare insufficiente per  un cambio decisivo al sistema politico della nazione.  

Qualcosa si muove ma non è abbastanza

È ancora presente nella memoria di molti il commento spiacevole e sessista del membro del comitato olimpico per Tokyo 2020 Yoshiro Mori, a cui fecero seguito le  dimissioni grazie alle pressioni di un gruppo di femministe3. Mori, ormai 83enne ed ex primo ministro giapponese, durante una riunione del comitato olimpico se ne uscì con la frase che le “donne parlano troppo e quindi non sono adatte a ruoli di spicco”. Come suo primo successore fu scelto un altro ottuagenario e la risposta di molte donne, puntualmente, non si fece attendere.  In tante si  radunarono chiedendo procedimenti più equi e trasparenti. Solo a seguito della loro proteste fu  scelta Seiko Hashimoto, una giovane donna ex ministro per le olimpiadi. 

Il gruppo di giovani attiviste con a capo Momoko Nojo, 23 anni, contribuì  a dare vita  ad una petizione contro Mori e contro chi, come lui, si permette di fare commenti di quel genere.  

“Lo scopo non erano le sue dimissioni” ha detto Nojo, la cui petizione ha raggiunto le 10 mila firme in soli due giorni. “Sentivo il bisogno di fare qualcosa, perché finora la nostra società ha permesso questo genere di commenti”.

La protesta,  con quel che ne conseguì,  è stata vista come una vittoria per le donne ma Nojo, a capo dell’organizzazione No Youth No Japan, ha tenuto a ribadire, come riportato sopra, che le  dimissioni di Mori non risolvono il problema della disuguaglianza di genere in Giappone.

Nojo infatti ha aggiunto che molte aziende, pur criticando i commenti di Mori, nella maggioranza  hanno comunque meno dell’1% di rappresentanza femminile in posizioni manageriali. 

Il cambiamento quindi non può più essere rimandato. 

Nelle testate giornalistiche si continuò a porre l’attenzione sull’uguaglianza di genere ma per le ragioni sbagliate. Infatti appena pochi giorni dopo le dimissioni di Mori, il partito di maggioranza dichiarò che avrebbe permesso alle donne di partecipare alle riunioni ma non sarebbe stata  data loro la possibilità di intervenire.

La domanda che può sorgere spontanea, soprattutto a seguito del movimento #metoo e dei successivi movimenti femministi che hanno scosso America ed Europa negli ultimi anni, è di come sia possibile che il Giappone, terza economia mondiale, paese ricco e moderno, sia in realtà culla di una disparità di genere passata inosservata per anni e che tutt’ora non sia  scenario di moti femministi simili a quelli che hanno “risvegliato” America ed Europa. L’impressione di molti osservatori esterni è  che le donne giapponesi sembrano “non indignarsi” quando episodi come questi, o più gravi, accadono.                  

Ma è veramente così?

La spiegazione di questa apparente indifferenza va ricercata nella storia4. Storicamente  dopo la Seconda Guerra Mondiale l’immagine dell’uomo che dedica la sua vita all’ azienda e della moglie devota che bada alla casa e ai figli è stata ampiamente incoraggiata5. Questo ha determinato la creazione di ruoli sociali statici in cui il marito lavora tutto il giorno, spesso  anche con  straordinari, mentre alla casa e alla crescita dei figli ci pensa la consorte. Gli ultimi dati nazionali rilasciati dal governo mostrano che nel 2020 le donne continuano a dedicarsi ai lavori di casa  3.6 volte più degli uomini. A causa delle norme sociali, delle continue discriminazioni di genere, del processo di selezione del personale, e della cultura non incline ai cambiamenti, molte donne, una volta diventate madri, lasciano il lavoro oppure scelgono un lavoro part-time che non porterà a nessuna promozione.

Un altro motivo per cui commenti, come quello rilasciato da Mori, sono passati per lo più inosservati fino ad oggi, può essere ascritto all’etichetta sociale del “non-detto”,  tipica della società nipponica. In generale ai giapponesi  non piace entrare in discussione, soprattutto  con persone  più anziane. In Giappone raramente si esprime ad alta voce la propria opinione o si denunciano fatti di questo tipo perché chi lo fa può essere definito “egoista”. Quindi, anche se si ritiene un determinato commento “razzista” molti decidono di evitare il problema così da non fare diventare la situazione imbarazzante. 

É il concetto giapponese del “leggere l’aria” – kuuki wo yomu 空気を読む. 

Ed è proprio ciò che ha permesso a commenti come quello di Mori di essere considerati accettabili. In passato quando qualche leader veniva criticato per uscite del genere,  tendeva a sdrammatizzare e a cavarsela con qualche scusa sul momento.

Eppure, il Giappone è uno di quei paesi che avrebbe molto da guadagnare da una effettiva eguaglianza di genere. Infatti, secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’ Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ed altre organizzazioni6, aziende e stati che sanno sfruttare al meglio la forza lavoro femminile sono sedi di innovazione, di maggiore produttività e di competitività. 

La pur remota possibilità che in Giappone possa essere eletta una leader, lancerebbe implicitamente alle donne giapponesi  un  messaggio che  potrebbe accelerare la spinta verso la parità di genere. Infatti al Giappone manca da molto un role-model femminile in posizione di spicco. Una donna a capo del paese potrebbe essere un forte incentivo per una spinta riformatrice. Molti economisti ritengono che il prodotto interno lordo del paese avrebbe un miglioramento del 15% se la partecipazione femminile nel mercato del lavoro (oggi intorno al 70%)  eguagliasse quella maschile, intorno all’86%. 

Rappresentanza femminile in politica

In politica, come in ogni settore del mercato del lavoro giapponese, la partecipazione femminile ai vertici più alti è sempre stata piuttosto scarsa se non quasi assente.

Non occorre andare troppo indietro negli anni per trovarne le prove. 

Un articolo di The Guardian (Ottobre 2021) riporta che secondo un’indagine condotta su 1247 donne membri dei consigli locali, il 57.6% ha dichiarato di aver subito molestie sessuali da parte di elettori, supporters o altri membri del consiglio locale di appartenenza. Molte di loro dichiarano di essere state vittime di insulti sessisti molto espliciti7.  Nonostante nel 2018 sia entrata in vigore una legge che incoraggia i partiti a scegliere un numero pari di candidati e candidate, in occasione delle  elezioni tenutesi poche settimane fa interne al partito liberal-democratico, il partito di maggioranza del paese e al governo da anni, su un numero di candidati pari a 1,045 solo il 18% (186) erano donne. 

Negli ultimi anni però un numero, ancora purtroppo esiguo, di donne è riuscito a farsi strada nella politica del Sol Levante fino a ricoprire cariche piuttosto di rilievo. 

Vediamo insieme il profilo di due donne di spicco in politica ultimamente, appartenenti allo stesso partito (LDP) ma con programmi molto diversi.

Seiko Noda: una spinta riformatrice

Voglio creare una società che renda possibile a categorie che fino ad oggi hanno avuto ruoli marginali (i disabili,  le donne, e la comunità LGBTQ) di avere finalmente un ruolo di primo piano.”

Seiko Noda

Seiko Noda, 61 anni, eletta per la prima volta nella camera dei rappresentanti nel 1993, dal 1998 ad oggi ha ricoperto varie cariche ministeriali tra cui le più rilevanti come ministra per l’eguaglianza di genere e per l’emancipazione femminile dall’agosto del 20178.  Insieme a Sanae Takaichi è stata la prima donna in 13 anni9 a candidarsi come primo ministro del Giappone e come capo del partito di maggioranza. Nonostante faccia parte di un partito conservatore le linee politiche di Seiko Noda si possono definire piuttosto progressiste, soprattutto se paragonate alla sua rivale Takaichi. Il programma di Noda prevede infatti una tendenza verso il liberalismo, il pacifismo, l’avanzamento della donna nella società e l’eguaglianza di genere. Tuttavia, fanno notare molti analisti, anche se Noda avesse avuto possibilità effettive di essere eletta come primo ministro il suo programma volto a diminuire il divario tra i generi sarebbe stato fermamente contrastato dalla branca più conservatrice interna al partito. Da sempre  si è dichiarata favorevole al matrimonio per coppie dello stesso sesso, ed ha lottato per un sistema di quote volto ad aumentare il numero di donne nel campo della giustizia. Inoltre, in caso di vittoria, aveva anche garantito che il suo governo sarebbe stato per metà composto da donne10. Ora Noda ricopre il ruolo di ministro per fermare il declino delle nascite nel nuovo governo di Fumio Kishida in cui ci sono solo 3 ministre su 2011.

Foto 1. Seiko Noda

Sanae Takaichi: il conservatorismo intramontabile12

Quando la notizia di una sua possibile, ma improbabile, vittoria come capo del LDP  fu resa pubblica, agli occhi di molti osservatori inesperti poteva sembrare una svolta positiva. Tuttavia, approfondendo la sua figura di personaggio politico, le speranze di molti, soprattutto donne, si spensero presto. 

Molti esperti hanno infatti criticato le sue posizioni ritenendo che, anche se avesse vinto, la situazione femminle nel paese non sarebbe migliorata; anzi Takaichi avrebbe enfatizzato il suo traguardo in quanto donna per dimostrare che il Giappone è già un paese egalitario. In passato, Takaichi ha supportato donne con problemi di salute e fertilità, in linea con la politica del LDP che le vedeva nel  loro ruolo tradizionale di brave mogli e madri, ma difficilmente si ritiene sia effettivamente favorevole alla promozione dei diritti della donna e della diversità sessuale. 

Takaichi (60 anni) è stata eletta per la prima volta in parlamento nel 1993 ed il suo role model è sempre stato Margaret Thatcher. Dal ‘93 a oggi ha ricoperto diversi ruoli di spicco nel partito e nel parlamento tra cui, paradossalmente, ministra degli affari interni e dell’uguaglianza di genere. Ha sempre supportato la successione solo maschile della famiglia imperiale ed ha sempre opposto resistenza ai matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Ha inoltre ostacolato la revisione di una legge del XIX secolo che avrebbe permesso alle donne sposate di tenere i loro nomi da nubile se l’avessero desiderato. 

Alcuni analisti hanno sottolineato come il fatto che Takaichi sostenga senza esitazione la maggioranza conservatrice del partito possa rivelarsi controproducente in quanto invierebbe un messaggio sbagliato alle giovani giapponesi, ossia che il modo per avere successo per una donna in Giappone sia quello di parlare e agire per conto degli uomini. 

Insomma il ruolo in politica di una donna come Sanae Takaichi fa ricredere molto chi ha sempre pensato o dato per scontato che una donna al potere significhi automaticamente avanzamento per il ruolo della donna nella società in generale. 

Questa spaccatura all’interno della componente femminile nella politica Giapponese dimostra ancora una volta che per costruire una società in cui l’uguaglianza di genere sia rispettata e le donne vengano considerate alla pari degli uomini, ci sia innanzitutto bisogno che le donne siano  alleate tra loro. 

Note

  1. What are the chances of a woman becoming prime minister in Japan? 
  2. Fanno  parte del più ampio piano di riforme del paese lanciato nel 2013 con il nome di Abenomics.
  3. Why Japan can’t shake sexism
  4. Why Japan can’t shake sexism
  5. Parole di Hiroki Komazaki, founder e CEO di Florence, una organizzazione no-profit che sostiene soluzioni che aiutano genitori che lavorano
  6. Opinion | Enough is enough. It’s time for Japan to have a female leader.
  7. ‘It is bullying, pure and simple’: being a woman in Japanese politics
  8.  Seiko NODA (The Cabinet)
  9. Nel 2008 Yuriko Koike, oggi sindaca di Tokyo, aveva sfidato l’ex primo ministro Abe alla corsa per il ruolo di primo ministro.
  10. Japan LDP contest features 2 women who are political opposites
  11. Challenges await as Kishida takes reins as Japan’s prime minister  
  12. Japan LDP contest features 2 women who are political opposites 

Sitografia

Profili Instagram che si battono e fanno advocacy per l’uguaglianza di genere:

  1. Voice up Japan
  2. Blossom the project
  3. No Youth No Japan
  4. Naomi Watanabe

Per approfondimenti:  Japan’s Gender Gap – IMF Finance & Development Magazine | March 2019 

Immagini

Copertina by: “Feminist Fist” by K. Sawyer Photography is licensed under CC BY-NC 2.0

Foto 1: “野田聖子国政報告会 Seiko Noda” by The 2-Belo is licensed under CC BY-NC 2.0

Ilaria Canali

Dopo essersi laureata presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia in Lingua e Cultura Giapponese si è trasferita in Giappone, dove ha appena terminato un Master in Relazioni Internazionali all’Università Ritsumeikan di Kyoto. Attualmente sta conducendo due stage online con due NGO presenti in Giappone. I suoi campi di ricerca comprendono la politica internazionale e il fenomeno delle migrazioni, approfondito nelle sue tesi di laurea, in Europa e in Giappone.

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