Confessioni letterarie: il rapporto tra realtà e invenzione in Ningen shikkaku e Kamen no kokuhaku

di Alessandra Guerra

Non sono pochi gli autori giapponesi che sono riusciti a rimanere impressi nella memoria del popolo per i propri successi letterari, specialmente se si parla della letteratura del XX secolo. Si distinguono però, in questo contesto, due personalità che sono riuscite ad attirare i lettori non solo per la grande capacità espressiva, ma anche per aver reso molto spesso sé stesse e la propria vita, in maniera più o meno cosciente, oggetto di cronaca. Si tratta di Tsushima Shuji 津島 主事 (1909-1948) e Hiraoka Kimitake 平岡 公威 (1925-1970) meglio ricordati attraverso i rispettivi pseudonimi letterari: Dazai Osamu 太宰 治 e Mishima Yukio 三島 由紀夫. 

Viene spesso visto il primo di questi autori come un personaggio dedito allo stile di vita dissoluto, tipico degli autori decadenti, mentre il secondo viene accomunato all’eccentricità, alla fisicità. Queste due figure, per quanto possano apparire diverse, mostrano nella loro narrativa un aspetto che li rende vicini e che è comune all’umanità intera, ovvero l’espressione di un senso di disagio: un disagio esistenziale, familiare e sociale che si mostra più o meno vividamente all’interno delle opere. In particolare, si affronterà in questo studio l’analisi di Ningen shikkaku 人間失格 (1948), e Kamen no kokuhaku 仮面の告白 (1949), in quanto si ritiene che l’elemento autobiografico ed esistenziale sia maggiormente presente in questi romanzi rispetto ad altri degli stessi autori. Nonostante siano stati pubblicati ad un solo anno di distanza, Ningen shikkaku rappresenta per Dazai l’opera della maturità, e soprattutto, ultima; Kamen no kokuhaku è invece l’opera della gioventù di Mishima, tanto da essere considerata il diario della sua giovinezza (Mengay, 1995: 195), ma è anche quella che lo condusse all’affermazione nel mondo letterario. In questi romanzi si trova un elemento peculiare rappresentato dalla tendenza, sia essa implicita o esplicita, alla confessione: in Kamen no kokuhaku viene espressa nel titolo stesso (kokuhaku 告白 è il termine giapponese che indica la “confessione” o la “rivelazione”), mentre in Ningen shikkaku è più velata e diviene esplicita solo verso la fine della narrazione. 

Dazai Osamu, Keene, D. (a cura di), Bonsanti, M. (traduzione di) (2017), Milano, Universale Economica Feltrinelli
Mishima Yukio, Bonsanti, M. (traduzione di) (2013), Milano, Universale Economica Feltrinelli

Anche la strutturazione delle opere lascia intendere al lettore che il fine ultimo della voce narrante è operare una confessione, per poter esprimere più liberamente pensieri, emozioni, auto-analisi sullo svolgimento della propria vita. In Ningen shikkaku viene presentata una cornice narrativa, costituita dal ritrovamento dei taccuini da parte di un giornalista. Questo narratore di cornice appare all’inizio di ogni capitolo, e ha la funzione di mostrare il protagonista Ōba Yōzō 大庭 葉蔵 attraverso gli occhi di un’altra persona, seppur in maniera limitata, e di enfatizzare la carica tragica del personaggio che si sta esplicitamente confessando (Brudnoy, 1968: 470). Si avverte fin dalla prima dichiarazione1 dei taccuini l’intensa sincerità di Yōzō, il senso di colpa e insieme l’indifferenza alla vita che lo hanno accompagnato durante il corso della sua esistenza e che lo hanno portato più volte a voler praticare l’auto-distruzione. Alla fine del racconto, il protagonista definisce sé stesso uno “squalificato come essere umano” (Dazai, 1948: 143). A chiusura del romanzo torna però la voce narrante della cornice che, dopo aver trovato e letto i taccuini, parla con la barista di Kyōbashi 京橋 a cui il protagonista stesso aveva affidato le sue memorie, la quale rivela al giornalista una verità che può arrivare a rovesciare l’intera lettura dei taccuini: gli dice che in realtà “era tutta colpa di suo padre” e che Yōzō “era un angelo” (Dazai, 1948: 150). Il protagonista assume quindi un’altra valenza, poiché viene visto attraverso gli occhi di una persona terza, e il lettore arriva a capire che in realtà Yōzō non si era mai conosciuto per davvero. Secondo un’altra interpretazione, inoltre, lo stesso autore potrebbe far intendere che avesse una percezione precisa della sua stessa esistenza, esistenza che traspare attraverso tutto il vissuto di Yōzō: che fosse effettivamente “tutta colpa di suo padre”. In Ningen shikkaku la morte della figura paterna viene collocata al termine del soggiorno nell’ospedale psichiatrico, ovvero quando l’età di Yōzō si aggira intorno ai ventiquattro  anni. È un evento simbolico, poiché Dazai fa coincidere la morte fisica del padre con quella spirituale – o umana – di Yōzō che, uscito dall’ospedale, sente di non essere più umano. È in questo momento che pronuncia la frase “cessavo una volta per sempre di esistere come essere umano” (Dazai, 1948: 143). Probabilmente, attraverso la creazione di questo legame simbolico, Dazai voleva far intendere che se non fosse stato abbandonato dalla figura paterna la sua vita avrebbe avuto tutt’altro corso (Lyons, 1985). Dietro questa simbologia si trova l’utilizzo di fatti realmente accaduti nella vita dell’autore rivisitati ai fini della narrazione: infatti, la morte del padre di Dazai accadde nel 1923, ovvero quando l’autore era ancora molto giovane. Questo espediente letterario è comune in tutta la narrativa di Dazai, ma è in Ningen shikkaku che forse raggiunge il suo apice. Vi sono qui numerosi riferimenti a fatti di vita vissuta, come il tempo trascorso nell’organizzazione comunista e il racconto dei tentativi di shinjū 心中2. Riguardo questi ultimi, si può notare che nelle opere dell’autore in cui vi è la rappresentazione dei tentativi di doppio suicidio si può leggere ogni volta una versione diversa dei fatti, e per questo motivo non è ben chiaro quale sia la versione corretta, o realmente accaduta, dei fatti (Keene, 1998: 1027-1028).

Copie giapponesi di Kamen no kokuhaku. Foto by: amica_san on Flickr (https://www.flickr.com/photos/amika_san/49645899108) all rights reserved to the artist.

Anche in Kamen no kokuhaku la strutturazione gioca un ruolo fondamentale nella costruzione della confessione di Kochan こちゃん, il protagonista e la voce narrante dell’opera. Gli eventi che più hanno caratterizzato la sua esistenza vengono posti al vaglio di una scrupolosa auto-analisi apparentemente obiettiva, schematica e scientifica. L’auto-analisi, che si trova dall’inizio alla fine del racconto e che ne costituisce la colonna portante, è talmente ben riuscita che l’opera può essere in parte considerata non solo come un romanzo psicologico, ma anche come una semi-autobiografia dello stesso autore (Starrs, 1994: 64-65). Ciò per cui Kochan si sta confessando, e che è per lui un motivo di disagio, è la ragione per cui non riesce a inserirsi all’interno dei canoni e valori della società giapponese del periodo militarista, ovvero l’accettazione del proprio corpo e la scoperta graduale della propria omosessualità. Il protagonista racconta, infatti, che fin da piccolo è stato affetto da jiko chūdoku 自己中毒 o auto-intossicazione, simbolo della somatizzazione di un disagio psicologico provocato dal rapporto problematico con il proprio corpo, fragile e dalla salute cagionevole: probabilmente è per questo motivo che diventa attratto in seguito da figure maschili piene di forza vitale, come quelle di San Sebastiano e Omi (Mengay, 1995: 197). Questa attrazione viene però percepita come peccaminosa e non conforme ai canoni sociali del Giappone occidentalizzato (Saeki, 1997: 133): per questo, Kochan decide di operare un travestimento consapevole e di recitare come se fosse su un palcoscenico, indossando una maschera: dice, infatti, “ero fermamente convinto che […] io avrei dovuto recitare la mia parte sul palcoscenico senza mai tradire, neppure una volta, il mio io autentico” (Mishima, 1949: 231). Così facendo, arriva a mentire sulla sua natura non solo per essere accettato dalla società, ma anche da sé stesso, poiché capisce di non riuscire a diventare ciò che vorrebbe essere: un uomo come gli altri (Starrs, 1994: 106), una figura mascolina, forte e, soprattutto, eterosessuale. Una delle emozioni principali che si ritrova in tutto il romanzo è infatti la paura della confessione, paura provocata dal fatto che al protagonista (così come a Mishima) non sarebbe piaciuto ciò che sarebbe arrivato una volta terminata l’auto – analisi (Starrs, 1994: 112), ovvero la scoperta del suo io autentico. In realtà, l’elemento della maschera viene presentato anche dal protagonista di Ningen shikkaku nelle prime pagine del racconto, quando Yōzō ammette che da piccolo aveva deciso di “iniziare una pagliacciata” per far sentire le persone intorno a sé a loro agio quando si trovano in compagnia del protagonista. Un altro elemento che accomuna il vissuto di Kochan con quello di Yōzō è la (non) presenza della figura paterna: quest’ultimo, in effetti, raramente viene mostrato all’interno del racconto, poiché Kochan (come Mishima) fin da piccolo è stato affidato alle cure della nonna, senza avere il riferimento di una figura maschile durante la sua crescita, ed è probabilmente è anche per questo motivo che il protagonista desidera avvicinarsi a figure maschili e virili durante il corso della sua esistenza. 

Si può affermare, quindi, che Kamen no kokuhaku contiene molti elementi ispirati alla vita dell’autore stesso, elementi che vengono scrupolosamente analizzati e presentati come un processo verso la scoperta del sé autentico (Starrs, 1994: 93): si può intendere l’opera in quest’ottica come un romanzo di formazione, in quanto Kochan (e insieme il suo autore) ripercorre la sua esistenza dall’infanzia all’età adulta per arrivare alla comprensione delle più profonde ragioni che si trovano alla base del disagio esistenziale, e a confessare i motivi per cui non riesce a inserirsi in società. Presenta, come Ningen shikkaku, l’elemento della maschera, il rapporto con la figura paterna, e la rivisitazione di materiale autobiografico. Ningen shikkaku, nonostante mostri anch’esso la storia del protagonista dall’infanzia all’età adulta, non può essere definito un romanzo di formazione perché alla fine giunge una verità sconosciuta allo stesso Yōzō, che non è mai riuscito a comprendere e osservare la parte positiva di sé. Attraverso le vite di Yōzō e di Kochan traspaiono spesso quelle di Dazai e Mishima, e diventa difficile distinguere tra la realtà e l’invenzione. Ciò che resta al lettore è la consapevolezza che il senso di disagio, nonostante porti a una sofferente alienazione dalla società, può diventare un pretesto per la scoperta del sé e per la comprensione del proprio io autentico.

Note

  1.  “La mia è stata una vita di grande vergogna” (Dazai, 1948: 19)
  2.  Termine che può essere tradotto come “doppio suicidio”, in quanto indica il suicidio simultaneo di due persone legate da vincoli affettivi, familiari o amorosi. 

Bibliografia

  • Brudnoy, D. (1968) The Immutable Despair of Dazai Osamu, in Monumenta Nipponica, n. 23, pp. 457-474
  • Keene, D. (1998) Dawn to the West: Japanese Literature in the Modern Era. Vol 3, Fiction, New York, Columbia University Press
  • Lyons, P. I. (1981) “Art Is Me”: Dazai Osamu’s Narrative Voice as a Permeable Self, in Harvard Journal of Asiatic Studies, n. 41, pp. 3-110
  • Lyons, P. J. (1985) The Saga of Dazai Osamu: a Critical Study with Translations, Stanford, Stanford University Press
  • Mengay, D. H. (1995) Body/Talk: Mishima, Masturbation, and Self-Performativity, in Quinby, L. (a cura di), Genealogy and Literature, Minneapolis, University of Minnesota Press
  • Napier, S. J. (1991) In Search of Intensity: Heroes of Action and Inaction in the Works of Mishima Yukio and Ōe Kenzaburo, Cambridge, Mass., Harvard University Press
  • Saeki Junko (1997) From ‘Nanshoku’ to Homosexuality: a Comparative Study of Mishima Yukio’s “Confessions of a Mask”, in Japan Review, n. 8, pp. 127-142
  •  Sherif, A. (2003) Mishima Yukio, in Mostow J. S., Denton K. A., Fulton D. e Orbaugh S. (a cura di), The Columbia Companion to Modern East Asian Literature, New York, Columbia University Press, pp. 216-220
  •  Shirane Haruo, Suzuki Tomi, Lurie, D. (a cura di) (2016) The Cambridge History of Japanese Literature, Cambridge, Cambridge University Press
  •  Starrs, R. (1994) Deadly Dialectics: Sex, Violence and Nihilism in the World of Yukio Mishima, Honolulu, University of Hawai‘i Press

Alessandra Guerra

Laureata in Lingue e Culture Orientali e Africane presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, sta proseguendo gli studi nella stessa università. E’ una grande appassionata della cultura dell’Asia Orientale in generale, ma con una predilezione per la letteratura (sulla quale si concentrano i suoi campi di ricerca attuali). Spera in futuro di poter contribuire alla divulgazione della cultura giapponese in Italia, e di poter lavorare nell’ambito della traduzione letteraria e audiovisiva.

Copertina: Doodles from Dazai’s Ethics and English Notebooks by https://aminoapps.com/c/bungou-stray-dogs-bsd/page/blog/dazai-osamu-who-was-he/0pzn_XMhkuj8n66po5Pvg2xepd3grVMEKL

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