La battaglia di P’ohang-dong

di Simona Tarquini (Sezione Corea)

Considerata una delle guerre più devastanti della storia moderna, specialmente per il coinvolgimento della popolazione civile, la guerra di Corea ebbe inizio il 25 giugno 1950 con il via libera da parte di Stalin ai piani di Kim Il-Sŏng di invadere il Sud, il KPA, l’esercito popolare coreano della Corea del Nord, a quel punto pronto a muoversi.

Divisa al 38° parallelo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale nell’agosto 1945, tra Stati Uniti e Unione Sovietica, la penisola coreana presentava due realtà molto diverse tra loro ancor prima dell’inizio della guerra di Corea: uno Stato socialista al nord sotto la leadership totalitaria di Kim Il-Sŏng e Yi Sŭngman al sud alla guida di uno Stato capitalista.

Il primo attacco arrivò la mattina del 25 giugno 1950 quando l’esercito nordcoreano, composto da quattro divisioni per un totale di 75.000 soldati attraversò il confine del 38o parallelo.

Ben lontana dall’essere pronta a respingere l’offensiva nemica, la Corea del Sud, nel luglio dello stesso anno, ricevette l’immediato appoggio delle Nazioni Unite, insieme a quello di molti altri paesi, tra cui la Gran Bretagna, Canada, Australia, India, Nuova Zelanda, Sud Africa e Stati Uniti (quest’ultimo suo principale alleato).

Republic of Korea (ROK) soldiers march in typical column formation toward the front in August, 1950, during the Pusan Perimeter battle. This is a standard narrow dirt Korean road raised above rice paddies. (U.S. Army photo.)

Quella prima estate l’esercito nordcoreano riuscì quasi ad avere la meglio, tuttavia cruciale si rivelò essere l’intervento americano e, in particolare, la famosa Operazione Chromite del generale MacArthur, uno sbarco anfibio nella città portuale di Inch’ŏn allo scopo di prendere alle spalle l’esercito nemico che aveva ormai ottenuto non solo la capitale Sŏul, ma gran parte del territorio sudcoreano, le forze della resistenza spinte a sud-est della penisola, fino al settembre 1950 con lo scontro lungo il perimetro della città portuale di Pusan.

La battaglia di Pusan, combattuta dal 4 agosto al 18 settembre 1950, fu uno dei primi grandi scontri contro le forze nordcoreane, che ripetutamente avevano scagliato attacchi sulle città limitrofe di Taegu, P’ohang e Masan, nel tentativo di penetrare il perimetro dietro cui le Nazioni Unite difendevano il cuore della loro resistenza, una linea difensiva lunga 230 km, l’ultima zona sicura, compreso il porto di Pusan utilizzato per rifornimenti e, di fatto, estremamente prezioso.

Tuttavia, non da meno, furono gli attacchi inflitti alle città vicine. Tra queste, P’ohang divenne la sfortunata protagonista di un evento che vide 71 giovanissimi soldati proteggere la scuola media femminile della città per ben undici ore, questa a costituire una vera e propria frontiera per l’esercito delle Nazioni Unite stanziate a Taegu. Di conseguenza, a corto di soldati e con l’esercito della Repubblica di Corea impegnato principalmente a protezione della città portuale, la difesa di P’ohang venne lasciata nelle mani inesperte di 71 studenti-soldato, completamente sotto qualificati ed equipaggiati con semplici fucili M1 e 250 proiettili contro il temuto 766° reggimento di fanteria indipendente del Nord.

Questi studenti-soldato adempirono alla loro funzione, la perfetta distrazione necessaria a far guadagnare tempo in modo che 200.000 civili potessero lasciare la città mentre le forze delle Nazioni Unite preparassero un valido contrattacco. Undici ore e quattro battaglie più tardi, dopo aver esaurito tutte le munizioni, ridotti a combattere con bastoni ed armi improvvisate, solo 23 studenti-soldato sopravvissero. Il 15 agosto, infatti, le forze alleate, ormai pronte ad attaccare, iniziarono la loro rappresaglia contro l’esercito nordcoreano che, al contrario, senza munizioni o rifornimenti, fu infine respinto il 17 agosto liberando finalmente P’ohang dal nemico.

Un gruppo di studenti intenti a salire sul treno per arruolarsi nell’esercito della Repubblica di Corea. Photo by: https://www.flickr.com/people/77969721@N08

La vittoria di P’ohang rappresentò un punto di svolta per l’esito della guerra di Corea, cruciale per lo stesso sbarco ad Inch’ŏn quando, il 15 settembre 1950, il generale statunitense MacArthur lanciò la sua Operazione Chromite. A quel punto, gli eserciti alleati della Corea del Sud e delle Nazioni Unite erano riusciti a riconquistare gran parte dei territori perduti quando Mao Zedong entrò in campo con 250.000 soldati in favore del Nord, e contribuire così con successo alla seconda ritirata delle Nazioni Unite a sud di Sŏul.

Molti altri scontri si avvicendarono tra l’Esercito Popolare Volontario Cinese (CPVA) e gli eserciti combinati delle Nazioni Unite lungo il 38° parallelo che, dopo due anni di negoziazioni, il 27 luglio 1953 sarebbe stato riconosciuto come l’attuale zona demilitarizzata tra le due Coree alla fine di una guerra senza vincitori.

Così come non ci furono vincitori tra gli studenti-soldato che presero parte alla guerra di Corea, adolescenti che volontariamente – e non – entrarono a far parte dell’esercito della Repubblica di Corea come truppe di emergenza. L’organizzazione, chiamata ” Pisanghaktodae” 비상학도대 (l’esercito per le emergenze degli studenti-soldato), fu creata quando i primi 200 studenti furono arruolati nell’esercito, tutti riuniti a Suwon, a sud di Sŏul. All’inizio esclusivamente assegnati alle missioni secondarie, motivati dal desiderio di essere più utili alla causa, ne conseguì una vera e propria unità militare di cui si stima facessero parte 30.000 studenti-soldato.

Quando la guerra di Corea finì, esortati a continuare la loro educazione dal presidente Yi Sŭngman, preoccupato per il futuro della nazione, tutti gli studenti- soldato furono congedati con delle precise istruzioni a cui attenersi, che anche le stesse istituzioni scolastiche avrebbero dovuto rispettare: tutti gli studenti-soldato torneranno alla loro scuola d’appartenenza; le autorità scolastiche accetteranno incondizionatamente il ritorno di tutti gli studenti che hanno preso parte al servizio militare; agli studenti di ritorno dal servizio militare dovranno essere trattati con la massima considerazione; a ciascuno studente a cui non è stata concessa la promozione a causa del servizio militare dovrà obbligatoriamente ottenerla.

Diretto da John H. Lee, il caso di P’ohang-dong è stato commemorato in un film sudcoreano del 2010 con lo scopo di rendere consapevoli le persone di un evento altrimenti sconosciuto e mostrare come i giovani protagonisti della triste vicenda, non così diversi da qualunque adolescente del ventunesimo secolo, si siano presi la responsabilità di qualcosa che andava ben oltre le loro giovani vite, con dei fucili tra le mani al posto dei libri e il rischio di non rivedere mai più le loro famiglie.

Uscito in corrispondenza del sessantesimo anniversario dalla guerra di Corea, il film, intitolato “71 sotto il fuoco nemico”, in due ore è riuscito a dare nuova rilevanza agli eventi accaduti a P’ohang, una nuova prospettiva in cui ad essere la protagonista principale della pellicola non è la guerra ma gli studenti-soldato inviati al fronte e di cui nessuno prima di allora si era preso l’onere di raccontarne la storia.

Tenendo dunque in considerazione la giovane età dei protagonisti, il regista permette loro di commettere errori o di piangere chiedendo delle loro madri. Il film non manca mai infatti di mostrare il lato umano di una guerra che sembra, al contrario, non lasciare spazio alla vita (ma che piuttosto la vita la toglie), attraverso le giovani mani di questi soldati improvvisati, diventati adulti in undici ore e poi rimandati indietro come se nulla fosse accaduto. È dunque così che in “71 sotto il fuoco nemico” si narra la storia di eroi sconosciuti, storie di coraggio e sacrificio, raccontate alle nuove generazioni come spunto di riflessione come monito a non dimenticare.

In conclusione, è possibile affermare che un evento come la battaglia di P’ohang- dong dimostri che la guerra (in questo caso la guerra di Corea) sia fatta non solo dai grandi personaggi poi passati alla storia, ma anche di eroi inaspettati come gli studenti- soldato rappresentati in “71 sotto il fuoco nemico “. Anche se le vicende sono state certamente adattate per l’intrattenimento attraverso il grande schermo, il film non manca di accuratezza storica. Al contrario, esso mette realisticamente in evidenza un lato della guerra forse troppo spesso accantonato in favore del risultato finale, o dei contendenti principali del conflitto.

È solo negli anni ’60 che il governo sudcoreano ha riconosciuto ufficialmente il contributo degli studenti che hanno partecipato alla guerra quando, nell’aprile 1968, i 48 corpi, prima di allora non identificati e sepolti inizialmente vicino al liceo femminile di P’ohang, sono stati spostati dalla “Compagnia dello studente-soldato di Corea” in un cimitero militare, per essere infine portati al cimitero Nazionale di Sŏul e a quella che verrà chiamata la “Tomba dello studente-soldato”.

Dal 1968, sono state oltre 317 le persone che hanno dimostrato di aver combattuto come studenti-soldato nella guerra di Corea. A tutte queste, il governo ha provveduto a conferire dei premi di riconoscimento per il loro coraggioso contributo. Tuttavia, un premio non sarebbe bastato a dare giustizia a tutti i ragazzi morti in guerra, e neanche un monumento, per quanto importante il valore ad esso attributo, un simbolo di ispirazione e consapevolezza di ciò che è accaduto e che non deve riaccadere. Per concludere, di seguito un passaggio di una delle lettere mai spedite scritta da uno degli studenti caduti durante la battaglia di P’ohang.


“Madre! Ho ucciso. Ho ucciso dieci uomini, con solo un muro di pietra tra di noi. Anche in questo momento, mentre scrivo, le mie orecchie sono piene di ruggiti terrificanti. […] Perché ci deve essere la guerra? Potrei morire oggi. No, sopravviverò. Prometto che sopravviverò e tornerò. Mamma arrivederci! Arrivederci! Ah, non è un addio, perché scriverò di nuovo.” 

11 agosto 1950

Riferimenti Bibliografici

• (2010) “Student soldiers who were wounded fighting Korean War warn of complacency in South today”, Fox News. https://www.foxnews.com/world/student-soldiers-who-were-wounded-fighting- korean-war-warn-of-complacency-in-south-today (accesso: 7 novembre 2021)

• “포화속으로” (2013). Korean Notebook. https://mykoreannotebook.wordpress.com/tag/pohang- girls-middle-school/ (accesso: 6 novembre 2021)

• 71: Into the Fire. Wikipedia. https://en.wikipedia.org/wiki/71:_Into_the_Fire (accesso: 5 novembre 2021)

• Gupta, K. (1972) How did the Korean War begin? China Quarterly, • History.com Editors. (2020) Korean War. HISTORY. https://www.history.com/topics/korea/korean-war (accesso: 6 novembre 2021)

• Kim, J & Miyoshi S. (2020) “Woman, Student, and Boy Soldiers in the Korean War”, Sources and Methods: A Blog of the History and Public Policy Program. https://www.wilsoncenter.org/blog- post/woman-student-and-boy-soldiers-korean-war (9 novembre 2021)


• Lee, H. (2010) “71 sheds light on young soldiers”, The KoreaTimes. https://www.koreatimes.co.kr/www/news/art/2010/06/141_67415.html

• Lengel, E. G. (2012) Landing at Inchon, 1950. Military History.

• Millett, A. R. “Korean War” (2021) Encyclopedia Britannica, https://www.britannica.com/event/Korean-War (accesso: 6 novembre 2021)

• Opines, P. (2020) “Korean War – Remembering the Hakdobyeong with 71: into the fire”, Pavitra Opines. https://pavitraopinesblog.wordpress.com/2020/06/22/korean-war-remembering-the- hakdobyeong-with-71-into-the-fire/ (accesso: 7 novembre 2021)

• Sandler, S. (2014) The Korean War: no victors, no vanquished. University Press of Kentucky.

Simona Tarquini

Laureata in Lingue e Civiltà Orientali presso l’Università di Roma “La Sapienza”, ha proseguito il suo percorso negli studi coreani e attualmente si trova in Corea del Sud per completare il corso di laurea magistrale attraverso un programma di doppio titolo italo-coreano con l’Hanyang University di Seoul. Mostra uno spiccato interesse per tutto ciò che riguarda la cultura coreana, in particolar modo per la letteratura, la filologia, l’archeologia, la storia, senza nulla togliere a quanto di più moderno la Corea ha da offrire. In futuro non escluderebbe l’idea di insegnare italiano in Corea, per il momento sta lavorando sulle proprie conoscenze nella speranza di poter migliorare come professionista nell’ambito degli studi coreani.

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