Una Cina, tante Cine: le minoranze etniche cinesi: l’esempio dei tibetani

di Maria Michela Dichio (Sezione Cina)

La Cina non è soltanto una: con l’espressione “tante Cine”, ad esempio, si indicano le identità culturali di tutti i gruppi etnici che vivono al suo interno. Il Partito Comunista Cinese (PCC), appena salito al potere nel 1949, ha dichiarato sin da subito la sua volontà di tutelare il diritto all’autodeterminazione delle minoranze, concedendo loro un regime di autonomia all’interno di un sistema ormai dichiarato socialista. L’atteggiamento scelto è, quindi, molto simile al sinocentrismo di epoca imperiale: le minoranze, così come l’etnia Han[1], sono parte di un unico sistema che vede il suo riferimento nel socialismo (e non più nel confucianesimo com’era in epoca imperiale)[2] e, pertanto, ne devono riconoscere la superiorità. In questo modo, tutti i loro diritti vengono ancora oggi preservati, quindi anche quello di usare la propria lingua e di mantenere la propria cultura e religione, a patto che si riconosca l’etnia Han come loro guida per lo sviluppo economico. A questo corrisponde il progetto volto all’integrazione delle minoranze nella cultura Han, in nome dell’unità nazionale (Rossabi, 2004). Attualmente, la Cina riconosce l’esistenza di cinquantasei gruppi etnici all’interno del proprio territorio: l’etnia Han costituisce la maggioranza della popolazione, mentre i restanti cinquantacinque si configurano come shaoshu minzu 少数民族, ‘minoranze etniche’. Tra esse, non tutte hanno autonomia, in quanto questa viene concessa solo tramite il principio etnico e di residenza[3]. Il sistema amministrativo cinese prevede il riconoscimento di cinque regioni autonome, in cui vivono cinque diverse minoranze nazionali: Ningxia, dove risiede il gruppo etnico degli Hui; Xinjiang, a maggioranza uigura; Tibet, a maggioranza tibetana; Mongolia Interna, dove risiede la popolazione di etnia mongola; Guangxi, dove risiede l’etnia Zhuang, oltre a diverse altre minoranze nazionali. Le regioni sono il più alto livello di autonomia amministrativa concesso alle minoranze. Tuttavia, esistono due livelli inferiori: le prefetture nelle aree urbane e le contee nelle aree rurali.

La questione delle minoranze etniche è molto delicata e dibattuta ancora oggi, ma risulta essere un prezioso spunto di riflessione per capire i rapporti tra centro e periferia di questo immenso Paese, ricco di identità culturali diverse tra loro, che il PCC cerca di tenere compatte nel nome di una sola identità nazionale plurima (Dittmer, L., Kim, S. S., 1993). Dato il numero elevato di minoranze, questo lavoro si concentra nell’analisi di una sola di queste: l’etnia dei tibetani.

Innanzitutto, è fondamentale introdurre la questione tibetana, per poter spiegare l’identità culturale e politica del Tibet. Infatti, da un punto di vista politico, esistono almeno due interpretazioni diverse sul Tibet come entità politica e culturale: la Repubblica Popolare Cinese (RPC) considera il Tibet parte del proprio territorio e ritiene che il Tibet culturale corrisponda alla Regione Autonoma del Tibet, escludendo quindi le province cinesi del Qinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan che non sono riconosciute come etnicamente, politicamente e culturalmente tibetane. Al contrario, il governo tibetano in esilio a Dharamsala (India) ingloba nel cosiddetto “Grande Tibet”[4] tre macroregioni: U-Tsang, Kham e Amdo, che corrispondono ai territori dell’attuale Regione Autonoma del Tibet, del Qinghai e parte del Gansu, Sichuan e Yunnan e che in passato hanno subito l’influenza culturale e religiosa tibetana. La questione tibetana risale al XX secolo, e riguarda i rapporti tra la Cina, in quanto nazione[5], e il Tibet. La prima ritiene che il Tibet sia da tempo parte del territorio nazionale cinese e che, quindi, debba continuare ad esserlo anche al giorno d’oggi. D’altra parte, però, il Tibet afferma di non essere mai stato un territorio della Cina fino all’occupazione da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione nel 1951. Pertanto, oggi avrebbe tutto il diritto di rivendicare la propria indipendenza dalla RPC (Rossabi, 2004). La politica cinese nei confronti dei tibetani, della loro lingua, religione e cultura ha anche suscitato l’interesse delle Potenze occidentali, soprattutto degli Stati Uniti. La questione tibetana riguarda lo status del Tibet nei confronti della Cina e della comunità internazionale, oltre che la tutela dei diritti umani nel territorio. Gli ideali wilsoniani[6] e la questione dei diritti umani hanno facilitato il leader politico e spirituale tibetano, il Dalai Lama, nel coinvolgere la comunità internazionale, iniziativa che gli valse il Nobel per la Pace nel 1989 (Rossabi, 2004). Attualmente, il Dalai Lama si trova ancora in esilio in India e viene considerato la figura spirituale di riferimento per la religione buddista tibetana, nonché la figura politica più importante del Tibet da chi appoggia la causa indipendentista.

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Il momento in cui la Cina ha cominciato ad applicare una politica più tollerante nei confronti del Tibet, è stato in seguito alla morte di Mao Zedong e alla fine della Rivoluzione Culturale nel 1976, con l’ascesa di Deng Xiaoping. All’epoca, Hu Yaobang era segretario del PCC in Tibet e la sua politica portò la leadership cinese alla convinzione che enfatizzare la cultura tibetana e incoraggiare l’uso della lingua contribuisse a separare ancora di più i tibetani dai cinesi Han, quindi sarebbe occorso moderare e irrigidire la linea[7], convinti che l’unico modo per poter ottenere l’appoggio della popolazione tibetana fosse migliorare le condizioni di vita e incentivare lo sviluppo economico. Il programma politico delineato da questa leadership portò, in effetti, a diversi benefici ma suscitò anche il malcontento della popolazione tibetana, soprattutto per l’aumento della presenza di lavoratori di etnia Han in Tibet. Infatti i tibetani ritenevano che, facendo parte di una regione autonoma “speciale” (Rossabi, 2004) avessero bisogno di un programma politico diverso, altrimenti sarebbero stati emarginati sia demograficamente che economicamente. Di fronte alle critiche, il governo cinese rispose rifiutando di fermare l’afflusso di Han in Tibet e sostenendo che, trattandosi di una regione povera, la presenza della popolazione Han non avrebbe fatto altro che aiutare i tibetani a migliorare le proprie condizioni di vita. Il motivo del rifiuto da parte di Pechino fu, innanzitutto, politico: aumentando la presenza di Han nella regione, il Tibet si sarebbe avvicinato di più alla Cina, non solo economicamente, ma anche e soprattutto culturalmente. La presenza dell’etnia Han, maggiormente “avanzata”, avrebbe rafforzato nei tibetani un sentimento nazionalista verso la Cina e promosso un’identità tibetana connessa ad una regione autonoma e non ad un Paese indipendente, creando una società nuova, con nuovi valori, in cui l’influenza della religione buddista e del Dalai Lama sarebbe stata ridotta (Huang, 2009). Le autorità cinesi erano consapevoli che, così facendo, avrebbero provocato l’ostilità dei tibetani nel breve termine, ma ritenevano che questo fosse il prezzo da pagare per poter portare il Tibet ad un concreto sviluppo economico e ottenere l’appoggio della sua popolazione nel lungo termine. Con il presidente Hu Jintao, in carica dal 2002 al 2012, l’obiettivo principale, perseguito sin dall’epoca maoista, fu quello di creare «la grande nazione cinese»[8]. Per farlo, la sua amministrazione dedicò molta attenzione alla politica del PCC verso il Tibet[9], fissando due obiettivi precisi: una riconciliazione con il Dalai Lama[10] e la promozione dello sviluppo economico delle aree in cui risiedevano comunità tibetane. Per incentivare lo sviluppo economico della Regione Autonoma del Tibet, Hu Jintao ideò una strategia che lui stesso definì «sviluppo con caratteristiche cinesi e sapore tibetano»[11]. Entro questa strategia rientrava soprattutto lo sviluppo delle infrastrutture, dei trasporti e delle telecomunicazioni[12].

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Negli ultimi anni, Pechino ha cercato di integrare la Regione Autonoma del Tibet entro il suo sistema economico, investendo anche importanti risorse economiche. Tuttavia, per far ciò, ha fatto molta pressione sull’identità, religione e cultura tibetana in favore della diffusione di una cultura cinese omogenea. Promuovendo la massiccia migrazione Han verso il Tibet, la Cina ha suscitato sempre di più le ostilità della popolazione che lo abita, la quale vede la presenza Han come un’occupazione straniera (Messetti, 2020). Alcuni esempi di progetti ideati dal governo per il Tibet sono gli investimenti che rientrano nel xibu da kaifa 西部大开发 «Campagna di sviluppo dell’Ovest», cioè un modo per colmare il divario economico tra Ovest ed Est del Paese (Goldstein, Childs, Puchung 2010); l’iniziativa nota come dui kou zhi yuan 对口支援«Supporto reciproco» che prevede che le città o aziende private cinesi assistano e aiutino le città e aree rurali tibetane nel loro sviluppo economico[13]. Lanciando questi progetti, il governo di Pechino cerca di dimostrarsi interessato al benessere e alla qualità della vita degli abitanti delle zone rurali tibetane. Tuttavia, i tibetani hanno ancora molti dubbi nei confronti delle azioni del PCC, che riguardano soprattutto l’atteggiamento del Partito Comunista cinese verso la religione buddista, la lingua tibetana e la loro insistenza a promuovere la migrazione di lavoratori non tibetani (ma Han e Hui soprattutto) nell’area (Glodstein, Childs, Puchung 2010). Nonostante non si possa negare che queste misure abbiano portato a risultati positivi come il tasso annuale di crescita della Regione Autonoma del Tibet superiore alla media cinese nel 2002, bisogna anche ammettere che lo sviluppo non ha interessato le aree rurali del Tibet, dove si concentra la maggior parte della popolazione etnicamente tibetana della Regione e in cui il divario economico rispetto al resto del Tibet e della Cina stessa è ancora molto evidente[14]. Nella prospettiva cinese, il modo di vivere tibetano, incentrato sulla pastorizia e il nomadismo, è sinonimo di povertà e arretratezza; perciò, è un qualcosa che è necessario eliminare. A tal fine, il governo ha promosso dei progetti che favorissero una sedentarizzazione del popolo tibetano, costringendolo effettivamente a cambiare radicalmente il proprio stile di vita e peradottarne uno estraneo (Robin, 2019). 

Note


[1] Cioè l’etnia maggioritaria, che costituisce il 90% della popolazione della Repubblica Popolare Cinese.

[2] Soprattutto durante la seconda dinastia imperiale degli Han (206 a.C-220 d.C), il modello guida della vita politica e cultura dell’impero cinese era il confucianesimo. Con l’inizio dell’epoca comunista, nel 1949, il modello ideologico che si scelse come guida fu, invece, quello del socialismo.

[3] Esso prevede che ci debba essere un’alta concentrazione di una determinata etnia in un territorio omogeneo. In molte aree, è difficile tracciare i confini tra un gruppo etnico e l’altro, perciò alcune minoranze non godono di autonomia, cfr. Electoral Law of the National People’s Congress and Local People’s Congresses of the People’s Republic of China, adottata nel 1979 ed emendata per l’ultima volta nel 2004 [online]. AsianLII. [consultato il 24 agosto 2021]. Disponibile da: http://www.asianlii.org/cn/legis/cen/laws/lotprocorna584 

[4] Il “Grande Tibet” è un concetto esposto per la prima volta dal XIV Dalai Lama nel 1988 in un suo discorso a Strasburgo, on cui intende uno Stato indipendente che possa riunire tutta la popolazione di etnia tibetana, cfr. Rossabi, (2004).

[5] L’idea di Cina in quanto nazione risale al periodo a cavallo tra la tarda epoca Qing, ultima dinastia imperiale, e l’epoca della Repubblica di Cina (1911-1949). Soprattutto in seguito alle due Guerre dell’oppio (1839-1842, 1856-1860) tra Cina e Potenze occidentali, gli intellettuali cinesi si resero conto che per poter risollevare il Paese, era necessario costruire una nazione moderna come quelle europee, cfr. Dittmer, L., Kim, S. S. (1993).

[6] Di questi ideali, risulta significativo nei discorsi del Dalai Lama il principio di auto-determinazione dei popoli, che fu pronunciato per la prima volta dal presidente americano T. W. Wilson (1856 – 1924) in un suo discorso dell’8 gennaio 1918, noto come «I quattordici punti». Il principio si basava sull’idea che ogni popolo dovesse essere libero di auto-governarsi e che i rapporti internazionali dovessero basarsi sul diritto alla libertà per ogni nazione, cfr. Cattaruzza, (2019).

[7] Soprattutto dopo i fatti di Tian’anmen, nel 1989, Hu Yaobang fu allontanato dal PCC perché accusato di appoggiare una linea troppo morbida. Da quel momento in poi, la politica del partito si irrigidì sempre di più anche in Tibet.

[8] Ibid.

[9] Lo stesso Hu Jintao fu segretario del PCC nella Regione Autonoma del Tibet dal 1988 al 1992, cfr. Chansoria, (2010).

[10] Cercando di convincerlo ad accettare che il Tibet fosse parte della Cina, così da poterci tornare ed evitare che una figura così importante per i tibetani morisse fuori dalla loro terra, cfr. Huang, (2009).

[11] Zhongguo tese, xizang tedian 中国特色,西藏特点, cfr. Chansoria, (2010).

[12] Ibid.

[13] Nata in occasione dell’XI Piano Quinquennale del 2005.

[14] Questo costituisce la principale critica che il governo tibetano di Dharamsala muove al governo comunista cinese, cfr. Robin, (2019).

Bibliografia

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Copertina: Foto di Julia Volk da Pexels

Maria Michela Dichio

Laureata in Scienze Linguistiche per la comunicazione interculturale presso l’Università per Stranieri di Siena, si occupa attualmente di traduzione editoriale e letteraria. Appassionata di lingua e letteratura cinese, i suoi campi di ricerca riguardano soprattutto le minoranze etniche cinesi e, di queste, quella dei tibetani. Si occupa principalmente delle problematiche della traduzione in italiano di opere di autori tibetani che scrivono in cinese.

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