Yun Dongju: l’anima poetica portavoce di un popolo

di Martina Paletti

“Ho sofferto anche quando il vento sollevava le foglie.

Con il cuore che canta alle stelle,
Amerò tutto ciò che sta morendo.
E devo camminare per la strada
Che mi è stata assegnata.

Yun Dongju, dalla poesia Prologo (서시)

“죽는 날까지 하늘을 우러러

한점 부끄럼이 없기를,

잎새에 이는 바람에도

나는 괴로워했다.

별을 노래하는 마음으로

모든 죽어가는 것을 사랑해야지

그리고 나한테 주어진 길을

걸어가야겠다”.

Yun Dongju, dalla poesia Prologo (서시)

Intraprendere il difficile cammino del poeta in un periodo come quello della colonizzazione giapponese, che ha segnato profondamente la Corea per trentacinque anni dal 1910 al 1945, è la scelta che ha reso Yun Dongju (1917-1945) uno dei poeti più famosi e amati in Corea. Attraverso la composizione di versi carichi di malinconia, riverbero dello stato d’animo di un popolo intero, il poeta è riuscito a trasmettere quei sentimenti caratterizzanti il periodo della colonizzazione giapponese: il tumulto interiore causato dallo smarrimento della propria identità costretta alla repressione; l’afflizione per la mancanza del proprio paese da parte di coloro che se ne allontanavano, e le dure condizioni in cui viveva il popolo coreano caduto nell’incertezza verso il futuro della propria patria.

Yun Dong-ju. 1941

Nato durante il regime coloniale il 30 dicembre 1917 nel villaggio di Myeongdong nella provincia di Jiandao, Yun Dongju riceve un’educazione di stampo cristiano grazie al nonno, decano della chiesa del villaggio. Nel 1932 inizia a mostrare le sue doti poetiche vincendo con il componimento Goccia di sudore (땀 한 방울) il primo premio a una gara di poesia indetta dalla sua scuola. Nell’ottobre 1935 uno dei suoi componimenti, Sogno ad occhi aperti (공상), viene pubblicato per la prima volta nella rivista della YMCA (Young Men’s Christian Association). Nell’aprile del 1938 il poeta inizia i suoi studi presso l’Università Yeonhui, oggi conosciuta come Università Yonsei, dove approfondisce le sue conoscenze della lingua coreana e studia poesia inglese e francese. Nel dicembre 1941 ottiene la laurea e per l’occasione decide di pubblicare diciannove delle sue poesie in una raccolta intitolata Cielo, vento, stelle e poesia (하늘과, 바람과 별과 詩). Tuttavia, poiché alcuni dei suoi componimenti subiscono la censura del governo giapponese, i compagni a lui più vicini lo convincono ad abbandonare questo suo progetto. Il manoscritto viene quindi affidato all’amico Jeong Byeongok e sarà pubblicato postumo nel 1948. Dopo aver cambiato il proprio cognome con quello giapponese Hiranuma, nel 1942 Yun Dongju si trasferisce in Giappone per continuare i suoi studi letterari. Il 14 luglio 1943, di ritorno a casa, viene arrestato con l’accusa di offesa all’ordine pubblico e dopo un processo è condannato a due anni di carcere nella prigione di Fukuoka. Il poeta morì durante la reclusione il 16 febbraio 1945, pochi mesi prima che la Corea ottenesse l’indipendenza dal Giappone. La breve ma intensa vita del poeta fu piuttosto travagliata, caratterizzata principalmente dall’impegno nei suoi studi letterari, ma soprattutto da una lotta costante contro la censura e dal tumulto interiore dovuto alla perdita di un’identità definita, un tema che pervade i suoi versi più intensi.

Come esponente della poesia della resistenza, Yun Dongju si fa portavoce del dolore e della rabbia di un popolo la cui nazione è stata invasa e sottomessa, mostrando il suo animo sensibile colpito dagli avvenimenti storici che hanno portato il Paese a soffrire, ma a tratti facendo comparire anche lo spirito combattivo di una resistenza che auspica un futuro migliore. I suoi versi più intimi sono carichi di inquietudine, un’afflizione dell’anima che lo costringe a mettere in discussione la sua identità come uomo e soprattutto come coreano. Ad esempio, nella poesia Autoritratto (자화상) il poeta si imbatte nel proprio riflesso in un pozzo e la visione scatena in lui sentimenti contrastanti di odio e pena per il ricordo dell’uomo che era. Nel 1939 il governo giapponese impose ai coreani di assumere nomi giapponesi, portando avanti una politica di assimilazione culturale. Questo componimento sembra essere una risposta a tale avvenimento: alla notizia di dover assumere una nuova persona, l’individuo si divide in due entità separate. L’uomo riflesso nel pozzo è per l’autore fonte di odio e pena allo stesso tempo perché il dover accettare un’imposizione tanto crudele senza potersi ribellare causa dei sentimenti contrastanti: il poeta odia quell’essere debole che deve rinunciare a se stesso ma allo stesso tempo la sua impotenza davanti alla situazione gli fa provare compassione per quel riflesso triste e inerme. Il ricordo di chi era rimarrà impresso nella sua memoria e ciò scatena la mancanza che lo scrittore dice di provare una volta allontanatosi dal pozzo.

Attraverso la lettura della raccolta poetica di Yun Dongju si possono notare una serie di temi ricorrenti; ma quello che più traspare dai suoi versi è un forte senso di malinconia e solitudine. Separatosi dalla famiglia e dal suo villaggio natale in giovane età per intraprendere gli studi, il poeta conobbe ben presto il sentimento di nostalgia causato dalla lontananza prolungata dai suoi cari. Ciononostante, nella solitudine il poeta si ricorda di loro e soprattutto della sua nazione, così lontana e afflitta come lui da un dolore che spera possa presto guarire. Nel componimento Una notte di pioggia (비 오는 밤) egli scrive:

Yun Dong-ju torna a casa dopo il primo anno di studio in Giappone. 1942

“Solo al pensiero che Gangnam, la terra che sogno,

possa di nuovo essere inondata,
provo una solitudine

più grande della nostalgia per il mare”

Una notte di pioggia (비 오는 밤) 

“동경의 땅 강남에 또 홍수질 것만 싶어

바다의 향수보다 더 호젓해진다.”

Una notte di pioggia (비 오는 밤) 

Nel tormento costante per la condizione della sua terra, il poeta non manca di ritrarre i protagonisti di questo dolore: il popolo coreano. I suoi versi offrono uno scorcio di realtà quotidiana a tratti molto forte ed evocativa delle condizioni in cui il popolo viveva in quel periodo. In particolare nella poesia Un triste clan (슬픈 족속), il poeta descrive l’effetto che la colonizzazione ha avuto sui suoi connazionali, dipingendo un quadro in bianco e nero dove l’intera nazione diventa un unico clan che condivide lo stesso amaro destino visibile attraverso la ruvidità della pelle e dai corpi emaciati che neanche i vestiti riescono a nascondere. In questo clima di rassegnazione, Yun Dongju si interroga su quale ruolo il poeta possa ricoprire per dare sollievo e aiuto alla sua nazione. Tramite la poesia, lo scrittore vaga nell’oscurità e si rassegna al suo triste destino di poeta, che con le sue doti può portare quel barlume di speranza che ha la potenzialità di trasformarsi in una brillante fiamma della vittoria. Il viaggio interiore del poeta alla ricerca del suo ruolo inizia con la poesia intitolata Il sentiero (길), dove egli si smarrisce percorrendo il lato arido e oscuro della strada.

“Camminare per questo sentiero senza neanche un filo d’erba
è la ragione per cui sono rimasto da questo lato del muro.

E l’unica ragione per cui vivo
è per trovare ciò che ho perduto”

“풀 한 포기 없는 이 길을 걷는 것은

담 저쪽에 내가 남아 있는 까닭이고 

내가 사는 것은, 다만 잃은 것을 찾는 까닭입니다.”

Il sentiero (길)

Nonostante l’oppressione di questo muro alto e buio che segna il suo percorso, il poeta non si perde d’animo e comprende che il suo destino è continuare a percorrere il sentiero per trovare ciò che ha perduto. La ricerca lo sprona a scorgere la soluzione presentata in una delle sue poesie più famose, Prologo (서시), che apre anche la sua raccolta Cielo, vento, stelle e poesia (1948). Il componimento esordisce con l’augurio che il poeta fa a se stesso di non dover più vivere nella vergogna, e di poter guardare il cielo con sicurezza fino al giorno della sua morte. Questa vergogna potrebbe essere un riferimento al periodo della colonizzazione, visto dalla popolazione coreana come una grande disfatta. In questi versi introduttivi alla sua raccolta il poeta potrebbe voler dare un augurio di speranza alla nazione affinché essa possa arrivare a scorgere il giorno in cui non dovrà più provare vergogna e potrà guardare il cielo e assaporare la libertà. Nonostante la sofferenza lo affligga, Yun Dongju rivolge il suo cuore alle stelle decantando versi che gli indicano la strada da intraprendere nel suo percorso personale come poeta. Infatti, il suo destino è di amare tutto ciò che sta morendo attraverso il potere delle sue parole che fissano ogni suo ricordo in modo indelebile. La risposta che ha ricevuto dalle stelle, la sua fonte di speranza più grande e una guida infallibile nello sconforto più cupo, è quella di continuare a scrivere versi che riescano a immortalare i volti, i sentimenti e le memorie di tutto ciò che perisce a causa delle difficoltà e del dolore che prova il suo Paese. Per questo motivo questi versi aprono la sua raccolta ben studiata e strutturata con uno scopo: dipingere verso dopo verso un quadro della condizione interiore della nazione, ma che allo stesso tempo gli permettano di intraprendere un percorso individuale di riscatto e liberazione di cui il poeta ha bisogno per definire il suo ruolo nel mondo.

Nonostante Yun Dongju non sia riuscito a vedere la sua patria liberata, i suoi componimenti sono diventati simbolici nella rappresentazione della popolazione coreana durante il periodo coloniale, e i sentimenti espressi in ogni verso risuonano ancora oggi negli animi dei lettori che vengono commossi dallo struggimento interiore ma anche dai paesaggi descritti attraverso lo sguardo nostalgico di un poeta che fino alla fine ha amato il suo Paese.

Bibliografia

  1. Bruno, A., Riotto, M. (2014) La letteratura coreana. Roma, L’asino d’oro
  2. Cook, C. H. (1977) The Poetry of Yun Dong-ju. In English Studies, Vol.2, Seoul University College of Humanities, English Language and Literature, pp. 57-72
  3. Lee, P. (2008) A history of Korean literature. Cambridge, Cambridge University Press
  4. McCann, D. (2004). The Columbia anthology of modern Korean poetry. New York, Columbia University Press.
  5. 윤동주. 2020. 하늘과 바람과 별과 시. 서울: 주식회사 자화상.

Sitografia

  1. Yoon Dongju Yonsei. 윤동주기념관 | 작가연보 | 1917 ~ 1945.
    Disponibile su: https://yoondongju.yonsei.ac.kr/yoondongju_m/ydj/ydj_2_1_1.do [Ultimo accesso 2 Febbraio 2022]

Martina Paletti

Martina Paletti è una studentessa di coreano che ha di recente conseguito
la laurea magistrale in Lingue e Civiltà Orientali presso l’Università di
Roma “La Sapienza” (2022) e un master in International Studies presso la
Hanyang University di Seoul (2022). Durante la triennale presso
l’Università di Roma “La Sapienza” ha anche frequentato la Hankuk
University of Foreign Studies di Seoul, dove ha perfezionato le sue
conoscenze della lingua coreana. Le aree di ricerca alle quali si interessa
maggiormente sono la letteratura, l’arte, la società coreana
contemporanea e la lingua. Il suo obiettivo principale è di tornare in
Corea per lavorare nel campo della traduzione letteraria.

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