L’Oriente a Venezia: le ricchezze del MAOV

di Loris Zevrain (Sezione Giappone)

Introduzione

Il Museo d’Arte Orientale di Venezia (MAOV) si trova all’interno di Ca’ Pesaro nel sestiere di Santa Croce e presenta una delle maggiori raccolte d’arte giapponese risalenti al periodo Edo (1603-1868) in Europa. La raccolta si deve al principe Enrico di Borbone conte di Bardi che, in un viaggio intorno al mondo tra il 1887 e il 1889, acquistò più di trentamila opere. 

Con l’ausilio di immagini della raccolta museale, in questo articolo approfondirò l’origine e l’impiego di alcuni accessori di uso quotidiano da parte di daimyō 大名[1] e samurai 侍. In questo modo si auspica di stimolare la curiosità del lettore nei confronti dei manufatti ospitati al MAOV e accrescere la consapevolezza dell’enorme patrimonio veneziano.

Le sale giapponesi 

Nelle sale dedicate all’arcipelago giapponese sono raccolte armi e armature da parata appartenute a daimyō e samurai del periodo Edo. Il predecessore della corazza da samurai, nota come  胴, veniva fabbricato in Giappone già nel IV secolo (Farris 1998:75), ma assunse lo stile che oggi riconosciamo solamente durante il periodo Heian (794-1185). In quest’epoca, infatti, le corazze iniziarono ad essere realizzate con pelle indurita e ferro, inoltre, la lacca cominciò ad essere utilizzata per impermeabilizzare le diverse parti. Insieme alla corazza un samurai portava sempre con sé le cosiddette daishō 大小[2], ovvero una coppia di spade costituita da katana 刀e wakizashi 脇差[3]. Oltre a questi due pezzi irrinunciabili c’erano però altri accessori meno noti ma non meno affascinanti che caratterizzavano le figure di daimyō e samurai

Lo jinbaori

Il primo di questi accessori è un tipo di haori 羽織[4]: lo jinbaori 陣羽織 (Figura 1). Si tratta di un copriarmatura in seta, panno o cuoio laccato (come quello presentato in figura) indossato solitamente dai samurai di alto rango sopra alla corazza a dimostrazione del proprio status. Questo copriarmatura permetteva di identificare immediatamente il clan di appartenenza del guerriero grazie al mon 紋[5] del suo daimyō che recava sulla schiena. Lo jinbaori deriva da una giacca usata sin dal periodo Muromachi (1392-1573) nota come dōfuku 胴服, che si sviluppò in due tipologie all’inizio del XVII secolo: un cappotto corto con maniche chiamato ahaori 亜羽織 e lo jinbaori, privo di maniche. Lo jinbaori era dotato di uno spacco posteriore per essere sovrapposto all’armatura mentre chi lo indossava era a cavallo e le spalle avevano piastre di armatura cucite per una maggiore protezione. Oltre a ciò, questi copriarmatura erano spesso di colori audaci, così da trasmettere un messaggio di forza. È interessante poi notare come in periodo Edo le donne utilizzassero lo jinbaoriper camuffarsi da uomo. A tal proposito, intorno agli anni ’50 del XVIII secolo, lo shogunato[6]Tokugawa impose delle restrizioni sull’uso degli haori da parte delle donne che vennero sollevate solamente in periodo Meiji (1868-1912).

Figura 1: Jinbaori rivestito internamente in seta con un motivo di pini risalente al
Periodo Edo (1603-1868) 

Lo jingasa

Il secondo accessorio trattato è lo jingasa 陣笠 (Figura 2), ovvero il cappello da guerra che veniva comunemente indossato dai samurai e dagli ashigaru 足軽[7]. Questi cappelli, utilizzati sin dal periodo Muromachi, erano generalmente laccati, leggeri ed impermeabili ed avevano al loro interno un cuscino rivestito in seta che permetteva un appoggio delicato sul capo. Lo jingasa veniva per lo più creato assemblando una rete con del bambù e incollandovi sopra della carta giapponese, la quale veniva poi tinta e fissata applicando un astringente a base di cachi. Grazie alla sua resistenza veniva utilizzato per proteggersi da lame e frecce e, a volte, veniva usato anche come scudo tenendolo in mano. Con la diffusione delle armi da fuoco nel XVI secolo, lo jingasa fece un salto di qualità e iniziò ad essere realizzato in leghe di metallo (Figura 3). A riguardo, è interessante notare come, nonostante all’epoca fosse già noto l’elmo, lo jingasa godesse comunque di maggiore popolarità, soprattutto nei viaggi o quando i guerrieri si trovavano negli accampamenti. Ciò è dovuto non solo alla leggerezza, ma anche al fatto che la creazione era molto meno laboriosa e costosa. Si procedeva in due modi: modellando un’unica piastra precedentemente fusa, oppure, unendo più piastre mediante rivetti. Dopodiché, lo jingasa veniva laccato e poteva recare lavorazioni nella tecnica dell’agèmina[8] come nell’esempio proposto. Questi cappelli non venivano indossati solo negli accampamenti o nei viaggi bellici, ma anche in occasioni cerimoniali. Invero, in periodo Edo i daimyō portavano lo jingasa nei ricorrenti viaggi verso la sede del bakufu 幕府[9], che diventavano veri e propri cortei nei quali il feudatario esibiva tutta la sua ricchezza e potenza. 

Figura 3: Jingasa da guerra in acciaio, oro, argento e rame del periodo Edo (1603-1868)
Figura 2: Jingasa laccato da parata risalente al periodo Edo (1603-1868)

Il mitokoromono

L’ultimo pezzo presentato è il mitokoromono 三所物, ovvero il corredo di accessori per spada costituito da kōgai [10]kozuka 小柄[11] e menuki 目貫[12]. Il menuki veniva posizionato su entrambi i lati del manico della spada e il suo scopo originale era impedire che la mano scivolasse. Il kōgai e il kozuka venivano invece fissati al fodero della spada e, quando questa veniva posta in vita, il kōgai si indossava all’esterno rispetto al corpo mentre il kozuka all’interno. Il set presente in figura (Figura 4) è realizzato in lega shakudō 赤銅[13] con incrostazioni in oro e rappresenta le otto vedute del lago Biwa[14].  Il kozuka e il kōgai sono firmati da Gotō Mitsuaki 後藤 光明, sedicesimo maestro della linea principale della scuola Gotō 後藤家[15] (Gotōha). Nel periodo Edo solo i samurai di alto livello indossavano kozuka e kōgai ed era consuetudine utilizzare unicamente accessori metallici realizzati dalla famiglia Gotō come accessori ufficiali delle spade dei daimyō e degli hatamoto 旗本[16]. Questa, avendo servito lo shogunato Ashikaga e Tokugawa per generazioni, si era infatti guadagnata una posizione inamovibile nel settore. 

Figura 4: Mitokoromono ad opera di Gotō Mitsuaki 後藤 光明 risalente alla metà del XIX secolo e realizzato in shakudō.

Riflessioni conclusive

I pezzi presentati in questo articolo sono solamente una piccola parte dei molti manufatti presenti nella raccolta del Museo d’Arte Orientale di Venezia. Non si possono non citare tra i cimeli più affascinanti la rara portantina per dama realizzata in lacca[17] o i molti inrō印籠[18] dai motivi benaugurali. In aggiunta, sono di rara bellezza anche gli strumenti musicali tradizionali come lo shamisen 三味線[19] con la cassa armonica in legno laccato e pelle di gatto o i tre grandi koto 箏[20] in legno di paulonia che si suonavano con unghie artificiali. Questo articolo, quindi, si propone come un invito alla visita del Museo che nel prossimo futuro si sposterà presso la ex chiesa di San Gregorio nel sestiere di Dorsoduro. 


Note

[1] Signore feudale.

[2] Lett. “grande-piccolo”.

[3] Spada corta.

[4] Cappotto formale giapponese.

[5] Stemma.

[6] Governo militare. 

[7] Fante comune.

[8] Tecnica di lavorazione a intarsio dei metalli consistente nell’inserimento di fili o laminette che si battono a freddo e si incastrano in solchi e incavi precedentemente realizzati sull’oggetto.

[9] Termine utilizzato per indicare il governo militare dello shōgun. Con la politica del sankin kōtai 参勤交代 (lett. “presenza alternata”) ideata dallo shōgun Tokugawa Hidetada 徳川 秀忠 (1579-1632), i daimyō vennero obbligati alla costruzione di una casa nella città di Edo, dove abitarvi ad anni alterni.

[10] Manico di una piccola spada attaccata al fodero della spada principale.

[11] Coltello attaccato al fodero di una spada.

[12] Accessori ornamentali attaccati a entrambi i lati dell’elsa di una spada.

[13] Lega di oro e rame tipicamente giapponese.

[14] La luna autunnale vista da Ishiyama, il tramonto sul ponte Seta, la campana serale del Miidera, la pioggia notturna su Karasaki, il rientro delle imbarcazioni a Yasabe, la brezza ad Awazu, le oche selvatiche in volo e il monte Hira innevato.

[15] Famiglia di fabbri specializzata in spade che visse un periodo d’oro dal tardo periodo Muromachi alla fine del periodo Edo.

[16] Samurai al servizio diretto dello shogunato Tokugawa.

[17] Lo urushi 漆 (lacca) si ricava dalla linfa della Rhus verniciflua, che viene scaldata, purificata e filtrata. Su un supporto di legno accuratamente preparato con tessuto, urushi grezzo e sabi, si applica la lacca in più strati, ciascuno dei quali deve lentamente asciugare prima che sia steso il successivo.

[18] Lett. “cestino per sigilli”. Il termine indica una scatoletta appesa alla cintura, in origine contenente il sigillo (in) o polveri medicinali.

[19] Strumento musicale a tre corde della famiglia dei liuti.

[20] Strumento musicale cordofono appartenente alla famiglia delle cetre.


Immagini

Figura 1: https://www.italyart.it/site/reg/site/museo-darte-orientale.php?r=

Figura 2: https://www.italyart.it/site/reg/site/museo-darte-orientale.php?r=

Figura 3: https://www.italyart.it/site/reg/site/museo-darte-orientale.php?r=

Figura 4: https://www.italyart.it/site/reg/site/museo-darte-orientale.php?r=

Riferimenti Bibliografici

Farris, W. W. (1998) Sacred Texts and Buried Treasures: Issues in the Historical Archaeology of Ancient Japan. University of Hawaii Press.

Copertina: https://capesaro.visitmuve.it/it/il-museo/la-sede-e-la-storia/il-palazzo/

Scopri Ca’ Pesaro! Visita il sito: https://capesaro.visitmuve.it

Loris Zevrain

Laureato in Lingue, culture e società dell’Asia e dell’Africa Mediterranea presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, attualmente frequenta il secondo anno del corso di laurea magistrale in Lingue e Civiltà dell’Asia e dell’Africa presso l’Università degli studi di Napoli L’Orientale. Grande appassionato di scrittura, i suoi interessi principali vertono sui processi storici e le relazioni internazionali che coinvolgono i paesi dell’Asia orientale. I suoi campi di ricerca comprendono la storia del Giappone in toto, con una predilezione speciale per il periodo moderno e contemporaneo, e la letteratura contemporanea, alla quale ha avuto modo di approcciarsi con particolare attenzione grazie all’approfondimento, in occasione della tesi triennale, delle possibili relazioni tra Kinjiki di Mishima Yukio e The Picture of Dorian Gray di Oscar Wilde. Il suo sogno è di entrare in campo accademico proseguendo i suoi studi come ricercatore e di poter collaborare con i più grandi esponenti del settore. 

Una opinione su "L’Oriente a Venezia: le ricchezze del MAOV"

  1. Grazie per questo bell’articolo. Indubbiamente i pezzi mostrati sono di eccezionale bellezza e ricchezza. Qui in Giappone, se ne vedono di molto più umili visitando le abitazione di samurai comuni e piccoli musei locali.
    Sono rimasta particolarmente colpita dal Jinbaori che unisce motivi decorativi tipici degli Ainu a motivi pittorici con pini

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