Da Yobo a Yoboka: l’ascesa e il declino dell’effective racism nella Corea di epoca coloniale

di Grazia Milano (referente Sezione Corea)

Questo articolo tratta della nascita politica di una precisa idea o image formation di “razza” coreana in Giappone e di come essa abbia condotto alla politica coloniale di assimilazione culturale giapponese giustificando de facto la discriminazione tra colonizzatori e colonizzati, non solo tra giapponesi, ma anche tra coreani stessi. La cultura giapponese sinonimo di modernità, il giapponese borghese sinonimo di raffinatezza e intelligenza, il culto dell’Imperatore giapponese come salvatore della patria: così l’educazione per i giapponesi colonizzatori diventa mezzo di manipolazione delle masse. Masse che, educate all’“affective racism” (Caprio, 2017), danno origine al fenomeno della cosiddetta “yobo-izzazione” (Henry, 2013) in un contesto in cui, non le differenze somatiche, ma bensì la vicinanza etnica fungono da giustificazione del controllo imperiale. Una politica scaltra e meticolosamente meditata e tuttavia destinata a fallire, risucchiata nel vortice di contraddizioni su cui, paradossalmente, si fondava.

Jinshu

Alla fine dell’Ottocento la Corea verte in una condizione politica molto complessa. Dopo un periodo di rigido isolazionismo promulgato dal Taewŏn’gun vi è un improvviso cambiamento politico verso l’apertura allo straniero che da un lato rivela un governo afflitto da gravi problemi di stabilità, e dall’altro lato rende la penisola coreana una preda estremamente appetibile per tutte le potenze straniere che, mosse da interessi generalmente economici e imperialistici, non perdono tempo nello stipulare accordi iniqui con Chosŏn. 

Gli accordi iniqui col Giappone rappresentano delle tappe ben studiate dal governo Meiji per lentamente prendere sempre più potere nella penisola coreana. In particolare, con il Trattato di Kanghwa (병자수호조약) il Giappone, persuadendo la Corea con l’esca di una suadente dichiarazione d’indipendenza, scioglie ogni legame tra la Corea e la Cina sicché l’impero giapponese stesso possa trarne vantaggio1. Il progetto di colonizzazione della Corea si può dire essere vissuto come un rompicapo da risolvere, un lavoro di mente finalizzato a costruire per i giapponesi un pretesto di invasione della penisola che quell’invasione possa nascondere. L’idea di base è, naturalmente, che una colonizzazione priva di spargimenti di sangue sia da preferirsi per ragioni politiche ed economiche legate, rispettivamente, al giudizio internazionale della politica giapponese e alle transazioni commerciali con le nazioni estere. La giustificazione da trovare dunque deve possedere due caratteristiche fondamentali: la capacità di convincere il popolo coreano che il Giappone non stia davvero conquistando la Corea, e la capacità di convincere il popolo giapponese di essere una potenza dominante, la quale logicamente e naturalmente, deve prendere possesso della penisola coreana. La possibilità di costruire tutto ciò vien data dalla già diffusa ideologia dello yŏbo, ovvero dall’insieme di quelle caratteristiche che definiscono la “razza” coreana.

Nel 1894, Ryōshu Kōji, pubblica un diario di viaggio intitolato Chōsen Zakki 朝鮮雑記(Aneddoti sulla Corea). Quest’opera può essere considerata il primo vademecum della “razza” coreana intesa come “jinshu” (人種). Il termine designa una razza non determinata da fattori biologici, ma piuttosto da una forma mentis innata. Ciò è evidente in ogni passaggio in cui l’autore, basandosi sulle pratiche culturali locali a cui assiste, esprime precise opinioni sull’inferiorità del popolo coreano.

“Sarebbe più giusto dire che i coreani sono una razza (jinshu) ignorante piuttosto che un popolo onesto.” 2

Come afferma Helen Lee (2003) nell’analisi del Chōsen Zakki, il testo si snoda costellato di precise descrizioni di norme di comportamento dei coreani che dipingono il popolo come una “razza” altra, barbara.

“Lezioni di Giapponese”

“Li ho visti urinare per lavarsi il viso. Non solo, ma tengono i vasi da notte nelle loro stanze, e mi è stato detto che le donne si lavano le loro parti intime con l’urina. Dev’essere per questo che non riescono a prevenire la diffusione della sifilide.” 

Ed è forse qui, in questo passaggio che si assiste alla nascita di una vera ideologia razzista nei confronti dei coreani. Viene valicata una sponda labile tra la semplice descrizione della diversità culturale e quella di un’inferiore non-civiltà. Infatti, nello scrivere “mi è stato detto che” risulta evidente quella che David E. Goldberg (1993) definisce “hypothetical premise”. Secondo lo studioso, un’ideologia razzista non nasce tanto dalla descrizione della diversità, ma da presupposti ipotetici, film mentali nati dall’incomprensione di talune caratteristiche – siano esse somatiche o culturali – che portano alla caratterizzazione di inferiorità di un popolo rispetto ad un altro. Di fatto, al termine della lettura del Chōsen Zakki, il lettore ha una precisa percezione della “razza” coreana come arretrata socialmente, economicamente e culturalmente e più specificatamente connotata da aggettivi quali “sporca”, “pigra”, “ignorante”, “incivile”, “immorale”, etc. Da questo momento in poi ogni scritto dedito alla descrizione del popolo coreano è strutturato in maniera tale da presentare l’inferiorità del suddetto in opposizione alla mente superiore del giapponese medio; inoltre è da questo momento in avanti che si inizia ad adoperare sempre più frequentemente l’epiteto razziale di “yobo” (ヨボ).

Yobo

Il termine “yobo” (ヨボ), derivato dal coreano “yŏbo” (여보) che alla fine dell’Ottocento è utilizzato in Corea per riferirsi a subalterni o ad amici dello stesso rango (Henry, 2013), viene popolarizzato come appellativo razziale in particolare da Usuda Zan’un (1877-1956), giornalista e illustratore, attraverso la sua etnografia sulla Corea del 1908 dal titolo “Yoboki”. Come evidenzia Henry Todd (2013) l’espressione è adoperata in giapponese per la sua lettura associabile ai caratteri cinesi indicanti il concetto di “senilità” (老耄); in questo senso, il termine “yobo” viene utilizzato come metonimia per una “Corea che decade”: le caratteristiche incivili intrinseche al popolo, così lontane dalla superiore sensibilità giapponese, sono indice di decadenza di una nazione. I coreani camminano yobo-yobo, traballanti, davanti ad un Giappone che sta per colonizzarli. La progressiva “yobo-izzazione” dei coreani è da intendersi perciò come lo sviluppo di un fenomeno di discriminazione razziale che associa al termine “yobo”, scelto per i suoi molteplici rimandi a concetti utili allo scopo, quegli stessi aggettivi che pochi anni prima erano andati a connotare la jinshucoreana.

Figura 1. Prima pagina dello Yoboki. Si può leggere in alto il titolo che adopera il katakana per il termine “yobo”, e poi in basso il titolo del primo articolo “yobokuki” che adopera i caratteri cinesi di “senilità”.

Per un governo imperialista con velleità espansionistiche in Corea non può esservi terreno più fertile per la nascita di un’ideologia nazionale di superiorità: la “yobo-izzazione” assolve ad una delle necessità dell’Impero giapponese. La problematica sorge tuttavia nel momento in cui tale discriminazione razziale, raggiunta la sua apoteosi, da un lato fa sì che gli stessi giapponesi non vogliano entrare in contatto con una tale miseria, e dall’altro garantisce l’unica opzione di un conflitto armato per il possesso della penisola coreana. Per ovviare a tali problematiche il governo interviene attivamente, tra le altre cose, manipolando la stampa giapponese e sovvenzionando scrittori affinché essi divulghino e consolidino un nuovo tassello della “razza” coreana, ovvero una riscoperta parentela genealogica tra coreani e giapponesi. In altri termini, guardando indietro alla storia della Corea e del Giappone, si enfatizza la mescolanza dei due popoli che li rende, di fatto, parte di un’unica famiglia. Stesso sangue, diversi Paesi: col passare del tempo, mentre il Giappone progredisce e si civilizza, sua sorella, la Corea, rimane indietro, incapace di gestire le difficoltà che le si presentano davanti. È dovere dell’Impero giapponese, pertanto, in nome della sua benevolenza e della fratellanza che lo lega alla penisola, aiutare la Corea -ed interferire perciò nei suoi affari di Stato- in virtù della sua superiorità intellettuale.

“L’obiettivo primario (…) era di creare un popolo abbastanza simile a quello giapponese in modo tale da giustificare la presenza del colonizzatore sulla penisola, e allo stesso tempo presentare un popolo inferiore tale da giustificare un loro intervento negli affari di Stato coreani.”

(Caprio, 2017: 354).

La genialità alla base dell’image formation è proprio l’“ambivalent sameness”, ovvero la paradossale unione di un concetto di fratellanza e di un’ideologia razziale senza che si venga a creare alcuna contraddizione logica apparente. 

“L’articolazione di una relazione coloniale come relazione familiare ha avuto l’effetto di sfumare le differenze gerarchiche e dunque eliminare le contraddizioni tra assimilazione e discriminazione.”

(Henry, 2013)

Il Giappone trova dunque la giusta ideologia per annettere la Corea nella definizione e ridefinizione della “razza” coreana. La discriminazione, necessaria componente del colonialismo in quanto specchio di identificazione per il colonizzatore, coesiste in questa visione con il concetto di assimilazione poiché sorretto da un principio disarmante, una definizione di uguaglianza nel passato e di differenza nel presente: “loro erano noi, ma ora non lo sono più.” (Caprio, 2017).

Naisen Ittai

Una motivazione romantica, quella di agire in nome della fratellanza guardando Chŏson nostalgicamente quasi fosse un fantasma del Giappone passato, e una motivazione pragmatica, quella di fare fortuna nella penisola potendo sfruttare l’inferiore popolo coreano, conducono il Giappone all’annessione del 1910.

Dal canto loro, molti coreani accettano di buon grado l’annessione, in virtù della considerazione che le loro condizioni di vita di certo sarebbero migliorate una volta divenuti sudditi dell’Imperatore. Non bisogna dimenticare il quadro storico che vede lo stato di Chosŏn, al di là di tutta la retorica del caso, in una condizione oggettivamente miserevole: per molti coreani, dunque, l’offerta d’aiuto del Giappone rappresenta davvero una manna di salvezza. Naturalmente, alla base di tale riflessione soggiace un ideale di uguaglianza tra coreani e giapponesi che la propaganda dell’Impero enfatizza. Il concetto di fondo è semplice: diveniamo sudditi dell’Impero e saremo parte dello stesso popolo -già lo siamo-, ognuno di noi godendo degli stessi diritti e doveri.

Con l’ordinanza educazionale del 1922, il Giappone dà inizio ad una politica di assimilazione, veicolata dallo slogan “Naisen Ittai” (內鮮一體) -in coreano Naesŏn Ilche (내선일제)- che letteralmente significa “fare della Corea e del Giappone un solo corpo”.

“I coreani e i giapponesi devono essere trattati come membri della stessa famiglia”

(Kim, 2007).

Questa riflessione di identità tra coreani e giapponesi è tuttavia solo ed unicamente uno strumento di propaganda. L’attuazione della propaganda, ovvero l’uguaglianza tra coreani e giapponesi, è logicamente inverosimile se si tiene in considerazione la diffusa ideologia dello yobo, nonché sconsigliabile politicamente in quanto avrebbe comportato la “totale negazione della relazione coloniale tra giapponesi e coreani” (Abe & Cheng, 1989, p.152).

Quanto succede è infatti che il Giappone, colonizzata la Corea, si impegna a tenere viva la promessa dell’uguaglianza senza che essa di fatto sia mai raggiunta: i coreani, cioè, si trovano incastrati in un processo educativo di “nipponizzazione” che non avrà mai fine e che ha il duplice scopo di far loro credere in una progressiva civilizzazione e di evitare insurrezioni contro l’Impero. L’assimilazione, invero, è l’espediente per un costante e meticoloso controllo dei coloni.

Yoboka

Helen Lee (2013) nel suo articolo dal titolo “Dying as a Daughter of the Empire”, introducendo la storia di Asano Shigeko, dipinge un interessante quadro concernente i colonizzatori residenti nella penisola coreana in quella che si rivela come l’ultima fase del governo imperialista giapponese, ovvero agli inizi degli anni Quaranta.

“Nonostante ai residenti giapponesi fossero garantiti privilegi economici nelle colonie, essi erano stati privati dal Governatorato Generale dei loro diritti civili circa il voto, l’auto-governo e la libertà di parola, il che li rendeva praticamente indistinguibili dai coreani in termini di istituzioni legali. (…) Per potersi dire parte della più ampia comunità giapponese e cancellare l’etichetta di “mezzosangue”, lei (Asano) avrebbe dovuto provare il suo valore nelle colonie come patriota esemplare così da guadagnare il riconoscimento di figlia dell’Impero”

(Lee, 2013: 80)

Ciò che emerge da questa riflessione è che l’ultima fase del governo coloniale in Corea si caratterizza da una ritorsione contro gli stessi giapponesi della forte ideologia discriminatoria verso i colonizzati coadiuvata da una ritorsione almeno parziale della politica di assimilazione applicata a partire dagli anni Venti. Ovverosia, da un lato l’assimilazione produce un’effettiva uguaglianza tra colonizzati e colonizzatori in alcuni aspetti sociali e, dall’altro lato, i giapponesi nati e residenti in Corea finiscono con il non appartenere a nessun popolo, sono cioè yoboka

“朝鮮語上手く出来過ぎてヨボにされる”

Chosengo umaku dekisugite yobo ni sareru

“Il mio coreano è troppo fluente, sono scambiato per un coreano” (Lee, 2013, p.114)

Yoboka, la “coreanizzazione” dei giapponesi, è già ipotizzata negli anni Venti in un articolo dell’Asahi Shinbun come una possibile conseguenza della politica di assimilazione. Col passare degli anni, si assiste alla progressiva e paradossale “yobo-izzazione” dei giapponesi residenti in Corea poiché si ritiene che essi siano, inevitabilmente, “vittime” della cultura coreana, influenzati dalla pigrizia, dall’inciviltà e da tutti quegli aggettivi discriminatori che caratterizzano la “razza” coreana finendo per essere etichettati come “yobo” e come “Sensan” (鮮産) (ovvero giapponesi nati in Corea) , in opposizione ai “Naichisan” (内地産), ovvero i veri giapponesi, quelli “prodotti in Giappone” (Lee, 2013, p.79).

Il fallimento della politica imperialista giapponese è dunque visibile nell’incontrollata esacerbazione dell’educazione alla “yobo-izzazione”. Il fenomeno dello yoboka, considerata l’intensità della propaganda verso la segregazione razziale dei coreani, è d’altronde inevitabile tanto quanto la ritorsione del Naisen Ittai. Il popolo coreano può davvero essere convinto di dover diventare giapponese e perciò, a distanza di tempo, può diventarlo. Dunque, si è sempre trattato solo di tempo affinché la perdita dei principi -e dei vantaggi- del colonialismo si concretizzasse: essa è sempre stata all’orizzonte dell’Impero giapponese.

Note

Trad. dal “Treaty of Peace and Friendship between the Empire of Japan and Kingdom of Korea”, 26 Febbraio 1876 (full-text all’indirizzo worldjpn.grips.ac.jp/documents/texts/pw/187600226.T l E.html)

2 Traduzioni del Chōsen Zakki da Lee & Fujii (2003). 

Riferimenti bibliografici

  • Abe, K. & Lucie C. (1989) Japanese Capitalism and the Korean Minority in Japan: Class, Race, and Racism. ProQuest Dissertations and Theses
  • Caprio, Mark E. (2017) “Janus-Faced Colonial Policy: Making Sense of the Contradictions in Japanese Administrative Rhetoric and Practice in Korea.” Sungkyun Journal of East Asian Studies, vol. 17 (2), pp. 125–147
  • Goldberg, David T. (1993) Racist Culture: Philosophy and Politics of Meaning. Blackwell, Oxford UK&Cambridge USA.
  • Henry, Todd A. (2013) “Assimilation’s Racializing Sensibilities: Colonized Koreans as Yobos and the ‘Yobo-Ization’ of Expatriate Japanese.” Positions: East Asia Cultures Critique, vol. 21(1).
  • Kim, J. Sik, (2007) “1919년 일본의 조선문제에 대한 정치과정: 인사와 관제개혁을 중심으로.” 한일관계사연구 (the Korea-Japan Historical Review), pp. 273-302.
  • Lee, H. e James F. (2003) Popular Media and the Racialization of Koreans under Occupation. ProQuest Dissertations and Theses.
  • Lee, Helen (2013) “Dying as a Daughter of the Empire.” Positions: East Asia Cultures Critique, vol. 21(1), pp. 73–93.

Grazia Milano

Referente Sezione Corea. Dottoranda del Dipartimento Asia Africa e Mediterraneo presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, si è laureata presso l’Hanyang University di Seoul (MA nel 2020), l’Università di Roma “La Sapienza” (MA nel 2020) e l’Università Ca’ Foscari di Venezia (BA nel 2018) dedicandosi sempre agli studi coreani. Ha vissuto sia a Seoul che a Busan dove ha frequentato, come studentessa di scambio, la Busan University of Foreign Studies nel 2018. Dopo essersi occupata della gender war sudcoreana contemporanea, attualmente la sua ricerca principale indaga sulla società giovanile in Corea del Sud. Oltre agli studi sociali, altre aree di sua competenza sono letteratura, cinema, storia e lingua coreana. Il suo sogno è quello di insegnare letteratura e società coreana in università e continuare a fare ricerca.

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