Riflessioni sulla società virtuale sudcoreana

di Grazia Milano

L’attrattiva

Nel corso degli anni a partire dalla diffusione popolare del world wide web, un numero sempre  più cospicuo di cittadini coreani inizia a vivere nel nuovo mondo virtuale e, talvolta, a considerarlo  più reale di quello fisico: l’ambientalista culturale Lawrence Lessig (1999) a tal proposito descrive la creazione di alter ego virtuali come atto funzionale all’evasione da una realtà quotidiana sostanzialmente infelice e frustrante. Tra i sudcoreani – in un contesto storico di rapidissima industrializzazione e democratizzazione del Paese che lascia spazio alla nascita di importanti problematiche socioculturali – in particolar modo coloro che si sentono vittime di un sistema ingiusto  trovano in internet un luogo in cui costruirsi una nuova identità, un luogo in cui non essere più gli  oppressi ma i detentori del potere, proprio in virtù del loro essere “perdenti” nella vita reale. In tal senso internet possiede in Corea quel potere che Lessig definisce «Code 2.0». Un potere ben diverso  da quello politico basato appunto sulla capacità di internet di essere open e di garantire l’anonimato  dei suoi utenti. In riferimento alla penisola sudcoreana, Pak (2016) afferma che internet acquisisce importanza proprio in virtù delle sue caratteristiche che lo rendono il palcoscenico di una comunità  egalitaria, un gruppo orizzontale che oppone resistenza alle percepite ingiustizie della vita. All’interno della società virtuale sudcoreana è interessante osservare il caso del sito DCInside. All’interno di questo website, nato sul finire degli anni ’90, vi sono diverse “gallerie” in cui attraverso l’upload ed il commento di immagini, gli utenti affrontano e discutono le tematiche più svariate. Yang Sunyoung (2018) fa notare come DCInside si configuri come luogo di ritrovo dei “perdenti” della  società coreana: ciò si evince non solo guardando i contenuti delle diverse gallerie ed i toni irriverenti dei commenti che mettono in discussione la società non virtuale promuovendo una sorta di “società  al contrario”, ma anche in considerazione del fatto che gli stessi utenti si definiscono “abitanti” (pung’i) di una galleria, e dunque rivendicano la loro sentita appartenenza ad uno spazio virtuale nel  corpo di un alter ego anonimo ma libero di esprimersi. 

Homepage di DCInside

Conoscenza versus empatia

Poiché il potere di internet deriva dall’anonimato, è importante sottolineare quanto questo sia un elemento fondamentale per sostenere la struttura orizzontale delle comunità che popolano la rete.  Per poter mantenere questo principio subentrano delle regole di comunicazione differenti da quelle che si ritengono valide in un rapporto di fiducia costruito vis-a-vis. Laddove nella vita reale la fiducia è, infatti, generalmente seconda alla conoscenza dell’individuo con cui si interagisce – ovvero la  consapevolezza del suo nome, del suo passato, della sua reputazione, ecc. –, nel mondo virtuale tale conoscenza dell’individuo con cui si ha a che fare dall’altro lato della tastiera non è strettamente necessaria – anzi non deve sussistere. L’interazione o l’instaurarsi di una relazione si realizzano attraverso l’empatia. In altri termini, internet è caratterizzato da relazioni in cui non è importante chi  è l’altra persona, ma cosa quella persona scrive/condivide online. Per la società coreana questo particolare fenomeno è estremamente rilevante poiché dista molto dall’idea confuciana di relazione  dove l’aspetto principale per un dialogo è appunto la conoscenza anagrafica e sociale delle parti, la risposta alla domanda “chi sei tu per me?”. Come afferma lo stesso Pak (2016), la società coreana virtuale è ben diversa da quella reale. Nella prima, infatti, gli individui si sentono liberi di dire e fare  cose che nella seconda non potrebbero mai nemmeno lontanamente pensare di esprimere. Un chiaro esempio è dato dai post definiti per il loro contenuto p’aedrip e ŏgŭro. I due termini afferiscono al  gergo della rete virtuale coreana e sono rispettivamente le abbreviazioni di p’aeryunjŏk dŭrip (scherzo  immorale) e dell’inglese aggravation (seccatura). Con p’aedrip, dunque, si va ad indicare una  tipologia di post in cui si costruiscono delle gag divertenti ingiuriando genitori, avi o comunque persone considerate degne di rispetto nella società tradizionale coreana. Il termine ŏgŭro, invece, sta  ad indicare tutti quei post scritti con il chiaro intento di attirare attenzione e che perciò utilizzano toni  e parole irritanti. Da un lato, dunque, il web si basa sull’anonimato e si preoccupa di garantirlo, e dall’altro, proprio in virtù di ciò, permette lo sviluppo di una comunità virtuale – in questo caso quella coreana- in cui non vigono le stesse regole della comunità non virtuale ed in cui è il messaggio  trasmesso da un post o un commento a determinare un possibile legame tra due utenti. In tal senso, Lessig (1999) parla di “architettura di internet”: egli afferma che uno spazio internet è un luogo architettonico che definisce il comportamento degli utenti. In altri termini, un sito web non è che il  luogo di ritrovo virtuale di tutti quegli individui uniti dalla comunanza delle loro idee.

Il comportamento degli utenti è vincolato allo spazio in cui interagiscono. Curiosamente, dunque, la libertà ed il libero accesso promesso da internet risultano piuttosto illusori una volta che gli utenti iniziano ad interagire secondo il principio dell’empatia. Per riprendere l’esempio di DCInside, esso alla nascita è definito come uno spazio virtuale in cui parlare di fotografia: “DC”, infatti, sta proprio per “Digital Camera”. Gli utenti non sono vincolati a registrarsi; l’unica regola per vivere attivamente  lo spazio è quella di caricare un’immagine o commentare le immagini già caricate. Questa costruzione poco rigida permette a DCInside di evolvere naturalmente da sito web legato alla fotografia  professionale a cyberspazio in cui qualunque tipo di immagine può essere caricata e commentata  anonimamente dagli utenti. In tal senso, nel corso del tempo, DCInside non modifica la sua natura di  imageboard, ma cambia il suo scopo, la sua direzione. Il sito assume una struttura a bacheche, dette “gallerie” (gaellŏri), ognuna dedicata ad un argomento differente, ma generalmente accomunate dalla  presenza di post e commenti irriverenti.

Il linguaggio della comunità

Appare evidente che mantenere l’omogeneità e l’empatia di una comunità nel rispetto  dell’“orizzontalità” di internet è molto difficile: si tratta di combinare l’idea di libero accesso e libera  espressione con quella di accesso limitato a coloro che condividono una stessa idea in relazione ad un argomento. Per ovviare al problema dell’“orizzontalità versus omogeneità”, le comunità virtuali hanno trovato utile sviluppare un linguaggio ermetico, un vocabolario di termini non comprensibili  da coloro che non fanno parte della comunità stessa. Tramite l’uso di questo linguaggio  simultaneamente si scoraggia la presenza di utenti estranei alle idee della comunità e si rafforza il legame empatico tra i membri della stessa. Pak (2016) identifica principalmente due tipologie di linguaggio virtuale in Corea: il linguaggio delle comunità maschili e il linguaggio delle comunità  femminili. Essere “abitante” di una comunità femminile implica cioè l’utilizzo di un linguaggio ermetico che codifica dei ben definiti ideali generalmente opposti a quelli delle comunità maschili, le quali sono strutturate a loro volta nella stessa maniera. Come spiega Pak (2016), il linguaggio in  codice delle comunità maschili e femminili copre un ampio range e comprende sia neologismi ed  epiteti, ma anche particolari modi di esprimersi che si manifestano, ad esempio, nella scelta dei  suffissi verbali. Ciò, da un lato, ha esasperato il conflitto di ideali maschilisti e femministi, e, dall’altro, ha anche prodotto i cosiddetti “hate speeches”. Infatti, nel momento in cui in Corea si inizia ad utilizzare internet come forma di libera espressione in relazione ai ruoli di genere, da un lato gli uomini tendono a focalizzare la loro critica sulla decadenza dei valori della tradizione facendo della  satira sulle donne e commentando con toni, neologismi ed epiteti estremamente dispregiativi ogni  loro azione e, d’altra parte, le donne reagiscono a questa situazione di dilagante misoginia, appropriandosi delle “armi” degli uomini e dunque rispondendo all’hate speech con l’hate speech. Parafrasando Yi Hyŏn Chae (2018), a seguito della nascita del discorso maschilista su internet inizia a diffondersi rapidamente un sentimento misogino dovuto al potente legame di empatia che lega la  società virtuale dominante. In particolare, Pak (2016) fa presente che l’utilizzo di ŏgŭro e p’aedrip contribuisce alla viralità del messaggio maschilista e misogino in quanto simultaneamente questi discorsi attraggono gli utenti con i loro toni, influenzano la creazione di ulteriori post simili e relegano le comunità femministe in angoli sempre più remoti del web.  

Photo by: Nicolas NovaCC BY-NC 2.0

La competizione

In questo discorso bisogna tenere conto altresì del fatto che un’altra chiave importante per mantenere vivo uno spazio internet è quella dello user engagement, ovvero l’incoraggiamento dell’attività degli utenti. Essa viene garantita ad esempio su DCInside attraverso l’istituzione da parte dei moderatori di una classifica delle gallerie presenti al suo interno (il sistema della hitgael). Tale promozione dell’attività, basata soprattutto sulla competitività tra utenti, porta ad un’ulteriore conseguenza: la manipolazione dei fatti. Poiché infatti l’anonimato protegge da qualunque ripercussione personale, gli utenti si sentono più o meno liberi di ritoccare degli eventi per poter competere al meglio nella loro comunità virtuale o per poter portare la loro comunità a competere al  meglio con altre comunità. Ciò lede chiaramente la possibilità di leggere del vero su internet e, in  secondo luogo, conduce a vere e proprie faide tra comunità virtuali. Alla domanda «perché le persone  fanno su internet ciò che non farebbero nella vita reale?» Pak (2016) risponde sostenendo che la  ragione non sta tanto nella frustrante realtà che gli utenti vivono fuori da internet, ma piuttosto nelle  guerre tra comunità virtuali. In altri termini, la frustrazione e le percepite ingiustizie che portano le persone – in questo caso specifico i sudcoreani – a rifugiarsi nella realtà virtuale, a crearsi un alter ego, a vivere in una nuova comunità unita da un legame empatico, a lungo andare tendono a diventare una sorta di pallido ricordo poiché ciò che conta di più è il nuovo cyberspazio e la propria posizione  al suo interno. Nella società virtuale sudcoreana dei primi anni 2000 trovano spazio le cosiddette “gallerie delle celebrità maschili” (namyŏngael). Yang (2018), prendendo in esame la galleria femminile dell’attore Yi Chun Ki, riflette sul linguaggio di una serie al suo interno denominata “serie delle maschere Nunhwa”. In essa sono postate foto dal tono rude, scandaloso, aggressivo e ostentatamente sessuale, ovvero quel tono generalmente adoperato dalle comunità maschiliste – sia online che offline – in relazione alle donne. Yang afferma che “in questo spazio carnevalesco, le utenti  della galleria di Yi mettevano in dubbio e contestavano le ideologie sulla natura delle donne e degli uomini attraverso il loro trasgredire svariate norme legate alla sessualità basate sulle convenzioni egemoniche di “mascolinità” e “femminilità”. In altri termini, il linguaggio maschilista che dà voce  alla crisi del patriarcato ed alimenta la misoginia è adoperato dalle donne per colpire la società tradizionale e dunque il maschilismo stesso nel contesto di un conflitto tra generi trasferitosi online come competizione tra comunità. In tal senso, poiché il linguaggio classicamente utilizzato dalle comunità machiste è basato sulla diffusione di messaggi di disprezzo verso le donne, ne consegue che  le comunità femminili finiscono per aderire a tale mezzo per poterlo poi utilizzare, nella stessa misura, contro gli uomini. Si crea così quella che Park (2016) chiama “piramide dell’odio”. La società virtuale sudcoreana diviene così una “realtà aumentata” potente e paurosa, un luogo virtuale legato all’anonimato ed all’empatia ma pur sempre chiuso, non libero, anzi piuttosto temibile per via delle  premesse su cui si fonda.

Bibliografia

  1. Lessig, L. (1999), Code and Other Laws of Cyberspace. New York: Basic Books.
  2. Pak, Ka Pun (2016), Hyŏmoŭi Mirŏring: Hyŏmoŭi Shidaewa Megallia Shindŭrom Parobogi. [Hate’s  Mirroring: Looking at the Era of Hate and at the Megalia Syndrome.] Seoul: Padach’ulp’ansa.
  3. Yang, S. (2018), “ʽLoserʼ aesthetics: Korean internet freaks and gender politics.” Feminist Media  Studies, 1-15.
  4. Yi, H. C. (2018), “Tijit’ŏl Toshihwawa Saibogŭ P’eminijŭm Chŏngch’i Punsŏk: Injŏngt’u Chaengŭi Kwanjŏmesŏ Pon P’yeswaejŏk Changsoŭi Chŏngch’iwa Sangsanggyejŏk Chŏngch’esŏng Chŏngch’i”  [Digital Urbanization and Cyborg-Feminism in Korea: Place Politics of Gated Community and  Identity Politics in the Urban Imaginary.] Sŏulshiriptaehakkyo Toshiinmunhakyŏn’guso, 127-152.

Grazia Milano

Referente Sezione Corea. Dottoranda del Dipartimento Asia Africa e Mediterraneo presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, si è laureata presso l’Hanyang University di Seoul (MA nel 2020), l’Università di Roma “La Sapienza” (MA nel 2020) e l’Università Ca’ Foscari di Venezia (BA nel 2018) dedicandosi sempre agli studi coreani. Ha vissuto sia a Seoul che a Busan dove ha frequentato, come studentessa di scambio, la Busan University of Foreign Studies nel 2018. Dopo essersi occupata della gender war sudcoreana contemporanea, attualmente la sua ricerca principale indaga sulla società giovanile in Corea del Sud. Oltre agli studi sociali, altre aree di sua competenza sono letteratura, cinema, storia e lingua coreana. Il suo sogno è quello di insegnare letteratura e società coreana in università e continuare a fare ricerca.

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