Utopia e tradizione negli “Enigmi coreani” di Yi Ch’ŏngjun

di Antonella Gasdia

“Dopo ciò che era successo il 16 maggio 1961 la sensazione che  provavo era che il mondo che d’improvviso era stato aperto altrettanto  d’improvviso si chiudeva. Quando si chiuse non si poté far altro che  entrare “dentro” (il mondo chiuso). E quanto non si poteva chiedere  “fuori”, non si poteva che chiedere a se stessi. Sentivo che tutta la mia  vita era stata distrutta. […] Se la vita è legata ai movimenti di protesta  allora il romanzo dovrebbe fungere da punto di equilibrio all’interno di  tale movimento. Gli eventi, la lingua e il pensiero non possono essere  separati e se non c’è il pensiero non c’è nemmeno la vita e quindi è  proprio la lingua che testimonia l’esistenza della vita. La vita e le parole  sono legate dallo stesso destino.”

Yi Ch’ŏngjun, Kip’i ilgi, 1999) 
Yi Ch’ŏngjun By Joao Pedone – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44713604

Attraverso le sue stesse parole, si possono definire i tratti distintivi di un autore coreano  annoverato come uno tra i più prominenti della letteratura degli anni ’60, un’epoca in  cui la delusione seguita all’instaurazione del governo militare si intravide tra le pagine di scrittori mossi esclusivamente dal malcontento, in un Paese ed in un’epoca già fin  troppo segnati dallo svilimento e dall’incertezza. La divisione del Paese si intrecciò a quella della stessa letteratura, messa alle strette tra la necessità di impegnarsi da un lato  e di sdoganarsi dalle “impurità” della società e dei discorsi politici dall’altro. 

Proprio al centro di tale scissione, si pone l’autore nato a Changhŭng nel 1939, la cui  vita fu segnata tanto da tragici eventi, quanto da studi che lo condussero non solo nella  grande metropoli di Seoul, ma anche ad avvicinarsi agli studi germanistici, fonte  d’ispirazione, nonché spunto stimolante che si può facilmente riscontrare all’interno  dei temi e degli stili delle sue opere.

A fare da sfondo alla rosa di personaggi e di storie da lui presentati sono,  indubbiamente, i tragici avvicendamenti vissuti durante il periodo del servizio militare  ai quali si mescolano, inevitabilmente, le sue origini rurali e questioni comuni anche  ad altri scrittori a lui contemporanei: “la limitazione della libertà di pensiero e di parola e la caduta di valori morali e umani” (Bruno A. L., 2004, p. 14), tutti elementi che  hanno contribuito a caratterizzare la complessità e la profondità dei suoi soggetti  letterari. 

“I suoi protagonisti sono gente comune che risiede per la maggior parte e per propria scelta nei villaggi, nelle isole, che è costretta a lottare per  sopravvivere in una società dove i valori tradizionali sono messi al  bando, ma nessun nuovo valore è ancora emerso. Vittime di una vita  insensata e beffarda, piena di contraddizioni, i suoi protagonisti cercano  di sfuggirvi creando spesso realtà utopiche.”

(Bruno A. L., 2004, p. 15) 

Nello specifico di quest’opera, il cui titolo originale è “Iŏ-do” (이어도), confluiscono,  in realtà, due storie: “Il Profeta” (“Yeŏnja”, 예언자) e “L’isola di Iŏ” in cui si fondono  il vivo interesse per tutte le componenti più tradizionali della sua cultura di  appartenenza e il ricorso continuo ad allusioni e al linguaggio introspettivo, connotato  da uno stile in cui figura un connubio di espressioni dure e messaggi intensi, il che  denota il suo bisogno di addentrarsi nella purezza della letteratura. In lui convivono sia  il bisogno di usare il mezzo letterario per un più alto scopo, vale a dire la possibilità di  opporsi alle soffocanti catene della soppressione in un contesto politico  drammaticamente schiacciato dal peso della dittatura, sia la necessità di sconfinare dai  limitati confini della realtà, addentrandosi in un immaginario dove far convivere tanto  se stesso, quanto il lettore.

Ed è proprio in questo rapporto unico ed innovativo tra chi scrive e chi legge che si  origina una sorta di bivio nella ricezione e percezione stessa delle sue opere e di questa  nello specifico:

“In Iŏ-do lo scrittore interroga il lettore non potendo fornirgli le risposte.  Se lo scrittore rispondesse a tutte le domande, il romanzo non sarebbe  interessante. Attraverso i romanzi io interrogo sul significato, sul valore  della vita, e coloro che sostengono che il romanzo sia difficile è perché  vorrebbero la dinamica e i fatti, tutto ben spiegato. […] I romanzi  devono aprire la porta alle idee, ai pensieri, alle nuove ideologie, ma se  lo scrittore va troppo oltre, sarà solo lui a leggerle.”

(Yi Ch’ŏngjun in  un’intervista con Bruno A. L., Seoul, Luglio 2002)

Quello che, dunque, si presenta come un romanzo intricato e apparentemente  complesso, nasconde messaggi e lotte non solo del suo popolo ma di tutti i popoli  schiacciati da un silenzio obbligato, imposto, in cui l’indipendenza appare come  un’utopia, un sogno, una realtà lontana ed inafferrabile. Nell’intricato intreccio di voci  che si alternano per guidare il lettore nel corso della fitta trama, si dispiegano  simbolismi e vicissitudini che quasi tengono sospeso, in un circolo di vorticose  sensazioni, chi si ritrova coinvolto nella lettura. Tra i simbolismi più evidenti che si  possono citare, spicca proprio il personaggio del profeta Na U-hyŏn, che si spoglia  quasi della sua umanità per farsi portatore allegorico della poesia, in una lotta alla  tirannia, qui incarnata dalla proprietaria di un locale. Accanto ad un soggetto così carico di messaggi intrinsechi, si accostano simboli più materiali, come le maschere  che non solo riportano il lettore indietro all’epoca Chŏson (1392-1910) e alle figure peculiari ad essa legate, come quelle degli yangban (양반, 兩班), ma si fanno anche carico di spezzare il legame con il loro uso in contesti religiosi, realizzandone uno  proprio come espediente letterario, in cui vi è un “confine molto più sottile perché le  maschere si adattano alle persone che le indossano e viceversa.” (Bruno A. L., 2004).

Copertina de L’isola di Iŏ 이어도, 이청준

Seguendo la linea della storia e sfogliando le pagine di un’opera diretta ed eloquente,  ci si ritrova, in un attimo, sull’ “isola di Iŏ”, i cui contorni si definiscono in una lotta tra reale ed immaginario, tra verità ed utopia, tra misticismo e leggenda ed in cui il  lettore si perde, inseguendo i pensieri e le sensazioni in un viaggio, a tratti smorzato dall’ambiguità, alla riscoperta di un tema articolato e difficile: quello della morte. Negli angoli di una Cheju in cui si scorge il vissuto degli isolani prende vita il sogno di Iŏ,  termine originatosi proprio dai canti popolari da loro eseguiti ed il cui mito è ancora  avvolto dal connubio tra ambiguità e mistero in cui gli abitanti si sono rifugiati, quasi  a voler sfuggire a destini amari e senza vie di scampo. L’unica strada percorribile  sembra quella di raggiungere, col pensiero e con l’anima, un luogo visibile solo in  lontananza, un luogo in cui ci si imbatte inevitabilmente nella morte, emblema di libertà. E forse è proprio attraverso questa inevitabilità del trapasso che Yi Ch’ŏngjun vuole insinuarsi con la sua letteratura, utilizzandola come metafora, come monito a  “coltivare la propria Iŏ in ognuno di noi, lasciarsi cullare dalla verità insita nella realtà  fittizia, perché lì si potrà incontrare il lato buono di ciascuno di noi, lì saremo liberi.”  (Bruno A. L., 2004, p.22) Ma è proprio qui che si rivela un dubbio: il monito alla presa  di coscienza della propria libertà è, in un qualche modo, legato ad una volontà di  trasmutare un romanzo in allegoria politica?

“Non era mia intenzione usare Iŏ-do come un’allegoria politica, anche  se molti hanno letto il romanzo in questa ottica data la situazione di  allora. Nei periodi di dure repressioni politiche ci sono romanzi nei  quali si usano molte allegorie, come faccio d’altronde anch’io, e in quel  senso la lettura diventa difficile.”

(Yi Ch’ŏngjun in un’intervista con  Bruno A. L., Seoul, Luglio 2002) 

Anche tra queste trepidanti pagine che lasciano col fiato sospeso, ci si imbatte nel consueto simbolismo dell’autore, soprattutto nell’immagine delle “pietre delle mogli  che attendono”, già incontrate precedentemente ne “Il Profeta” e nuovamente al centro  del racconto per farsi portatrici di un valore: quello dell’attaccamento alla vita, nonché  al forte legame delle donne dell’isola con coloro che andavano per mare, impotenti su  un destino che non avrebbero potuto controllare, ed in attesa. 

Le note di enigmaticità, intermezzate da sprazzi mistici di simboliche immagini, si  legano ad un inatteso ed improvviso realismo nello stile attraverso cui si muovono i fili  di una narrazione fatta di domande e di soggetti, in particolare il sottotenente Sŏn-U ed  il caporedattore, che realizzano l’intento primario del loro creatore, Yi Ch’ŏngjun, vale  a dire quello di scrutarsi nel profondo alla ricerca di risposte per cogliere ciò di cui è  necessario impadronirsi: comprendere la funzione redentrice della morte.

È, dunque, impossibile non addentrarsi in una storia il cui significato intrinseco  potrebbe sfuggire ad una prima, approssimativa lettura, in quanto farlo rappresenta la  volontà di mantenere vivo il potere della letteratura in un’epoca in cui scrivere  equivaleva quasi ad un atto di ribellione e rivalsa per un intero popolo. Ed è così che,  tra mondi utopici, simbolismi e richiami alla tradizione, Yi Ch’ŏngjun si è fatto  “montagna e non albero del quale si vede solo un colore.” (Yi Ch’ŏngjun in  un’intervista con Bruno A. L., Seoul, Luglio 2002).

Bibliografia

  1. Bruno Antonetta L. (2002), Intervista a Yi Ch’ŏngjun, Seoul
  2. Bruno Antonetta L. (2004), Introduzione a “Enigmi coreani”, pp. 13-23. Pubblicato  da O barra O edizioni. Milano
  3. Yi Ch’ŏngjun 이청준. (1976) Yeŏnja. 예언자. Iŏ-do. 이여도. [Enigmi coreani: il  Profeta e L’isola di Iŏ] Tradotto da Antonella L. Bruno (2004). Pubblicato da O barra  O edizioni. Milano

Antonella Gasdia

Laureata presso l’Università di Roma “La Sapienza” nel percorso triennale di Lingue e Civiltà Orientali, frequenta attualmente il percorso magistrale focalizzandosi sulla lingua e sulla cultura coreana ed ampliando campi che vanno dalla letteratura alla filologia. Appassionata di Corea e di scrittura, unisce questi interessi scrivendo per la rivista online dell’Istituto Culturale Coreano. I suoi campi di ricerca ed approfondimento si incentrano prevalentemente sulla letteratura e sulla cultura coreana, ma spaziano su altri ambiti quali la traduzione, il cinema e la musica. In futuro, spera di poter insegnare letteratura coreana all’università o realizzare il sogno di diventare reporter in Corea.

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