Il Cinema Coreano nel periodo dell’occupazione giapponese

Uno degli aspetti più distintivi del cinema coreano è la forte componente politica che ha dominato in larga parte il suo intero sviluppo; sin dalla sua introduzione esso è stato influenzato e soggetto a opere di censura da parte degli apparati governativi che si evolveranno e alterneranno in Corea sin dalla fine dell’Ottocento, per poi arrivare ad un periodo di grande apertura e di democratizzazione, in cui la penisola, con particolare riferimento al Sud, conoscerà un’ampia libertà di espressione artistica.

La cultura delle Haenyeo

Le haenyeo, come affiora dalla poesia, pare inizialmente usassero solamente dei calzoncini da bagno in cotone, chiamati Sojungi nel dialetto locale (termine dal quale deriva Mulsojungi), rimanendo quindi parzialmente nude. Poiché vi era una sottile linea di separazione tra abbigliamento da lavoro e vestiario comune, i sojungi erano usati tanto dalle haenyeo come indumento da lavoro quanto dalle donne locali come indumento intimo.

La Regina Inhyŏn, storia di una regina magnanima

Tutti coloro che si sono approcciati alla letteratura coreana si sono sicuramente imbattuti nel romanzo “Mogli, mariti e concubine” (Riotto, 1998), in cui è presente la triste storia della regina Inhyŏn, e ne sono rimasti affascinanti. Ma perché triste storia?

La Guerra di Corea attraverso gli scatti si Max Desfor

Le vicissitudini della Guerra di Corea sono state immortalate da forti quanto strazianti scatti intrisi di verità di Max Desfor, il quale ha lasciato una vera e propria testimonianza dei momenti di un conflitto di cui, forse, non si parla abbastanza. L’eredità fotografica di Desfor, ampia e travolgente, ha contribuito a far aprire gli occhi su tale evento, dandone voce il più possibile.

Haenyeo: le donne patrimonio dell’UNESCO

Sebbene questa “tendenza” a considerare la donna inferiore sia tutt’oggi diffusa in quasi tutta la penisola coreana, vi è a sud della Corea, un luogo in controtendenza ove le donne ricoprono il ruolo principale e contribuiscono in maniera significativa all’economia non solo famigliare ma anche sociale. Si tratta delle 해녀 (haenyeo) ovvero “donne di mare” (해, hae  mare; 녀, nyeo  donna) dell’isola di Jeju.

Recensione: “Il Poeta” – Yi Mun’yŏl

L’essenza della poesia sta unicamente nel suo valore. Non deve prostrarsi dinanzi ai potenti, non teme la conoscenza. Non ha riguardo per i ricchi, né per il risentimento dei poveri. Non si può misurare sulla base di ciò che è giusto o ponderare sulla scala di ciò che è vero. La poesia è libera, la poesia è autosufficiente. (Yi Mun’yŏl)

La Frammentazione e il Giudizio dell’Uomo: La decostruzione di Hwang Ji U

Esistono frammenti identitari illusoriamente tenuti assieme da pedisseque dinamiche di massa. A suggerire questa realtà è una delle voci più significative della letteratura coreana moderna, quella dello scrittore sudcoreano Hwang Ji U (1952 -).

Recensione: “Pavana per una Principessa Defunta” – Park Min-gyu

“Ci parlano della struttura delle cellule dell’ameba e del plancton, ma perché non ci dicono nulla sulla struttura della sofferenza? Perché non ci consigliano un modo per dominare noi stessi prima di chiederci di dominare gli altri? […] Perché non ci lasciano in pace e perché andiamo sempre di fretta? Più invidiamo gli altri, più ci vergogniamo di noi stessi. E chi è la causa di tutto questo? Chi è il pifferaio di Hamelin dal volto invisibile?”

Lo Sikkim Kut dell’isola di Chindo e la festa di Sant’Antuono a Macerata Campania: comparazione etnologica di due riti apotropaici

Il governo coreano, resosi conto che lo sikkim kut rappresentava una parte della cultura coreana, si impegnò per preservarlo a livello nazionale; nel 1980 divenne patrimonio culturale numero 72 della Corea. Successivamente, iniziarono le rappresentazioni dello sikkim kut sul palcoscenico per la commissione UNESCO, con lo scopo di vederlo riconosciuto anche a livello internazionale.

Recensione: “LA VEGETARIANA” – Han Kang

Il titolo “La Vegetariana” cela in sé la ferocia ed il distacco di una società nei confronti delle voci, ancora troppo flebili ed inascoltate, delle donne, accostandovi un’evidente esposizione della natura pregiudizievole dell’essere umano.