Simboli, totem o divinità: il dilemma sul ruolo degli animali nella Cina pre-imperiale

In questo scenario, capire il valore che le genti di Shang attribuissero agli animali, vista la loro massiccia rappresentazione nella fase finale e più florida della dinastia, potrebbe forse gettare maggior luce su quegli aspetti del sacro che, come citato pocanzi, rimangono ancora nebulosi. Tra il 1200 a.C. e il 1045 a.C., infatti, un nuovo gusto estetico si impose nel panorama artistico cinese attraverso sculture zoomorfe a tutto tondo, piene, sinuose a definire oggetti di estrema sperimentazione ed esempi sofisticati di maestosa raffinatezza.

La cultura delle Haenyeo

Le haenyeo, come affiora dalla poesia, pare inizialmente usassero solamente dei calzoncini da bagno in cotone, chiamati Sojungi nel dialetto locale (termine dal quale deriva Mulsojungi), rimanendo quindi parzialmente nude. Poiché vi era una sottile linea di separazione tra abbigliamento da lavoro e vestiario comune, i sojungi erano usati tanto dalle haenyeo come indumento da lavoro quanto dalle donne locali come indumento intimo.

Kōshin shinkō: un culto sull’orlo dell’oblio

Durante i periodi Nara (710-784) e Heian (794-1185), si ebbe una massiccia importazione della cultura cinese alla quale conseguì la penetrazione di diversi elementi del taoismo nell’arcipelago, uno di questi, il cosiddetto Kōshin shinkō 庚申信仰, ossia il culto di Kōshin, è probabilmente l’esempio più noto dell’influenza taoista in Giappone.

L’archetipo del Bambino Divino nel Buddhismo Esoterico

In Giappone, i termini utilizzati per definire il “bambino” sono molteplici e fanno tutti capo a delle sfumature di significato legate a fattori di natura differente, di cui l’età e le origini sociali ne sono un esempio. Il termine più ricorrente, soprattutto in ambito artistico, è quello di chigo, ma anche dōji 童子 e wakamiya 若宮 sono forme altrettanto comuni.

Lo Sikkim Kut dell’isola di Chindo e la festa di Sant’Antuono a Macerata Campania: comparazione etnologica di due riti apotropaici

Il governo coreano, resosi conto che lo sikkim kut rappresentava una parte della cultura coreana, si impegnò per preservarlo a livello nazionale; nel 1980 divenne patrimonio culturale numero 72 della Corea. Successivamente, iniziarono le rappresentazioni dello sikkim kut sul palcoscenico per la commissione UNESCO, con lo scopo di vederlo riconosciuto anche a livello internazionale.